venerdì 3 aprile 2026

gomìtolo 5 ~ marzo 2026


all'inizio questa cosa dell'essere millennial mi sembrava una figata, invece ogni volta che leggo un articolo che parla della nostra generazione (di quanto è disperata e sfigata, insomma) mi dico ah ma allora non è solo una sensazione mia. e un po' mi deprimo. ad esempio, ho scoperto che quella delusione - o nostalgia, come dicono lə romanticə - per il futuro che immaginavamo e che invece non è arrivato (e non arriverà mai) è una roba generazionale, che interessa tuttə. beh, non è solo una sensazione mia, non è nemmeno una sensazione, è un disastro politico, culturale ed economico clamoroso. e l'unica cosa che facciamo sono gli articoli che ne parlano (no ok, grazie sociologə che ne parlate, non è manco compito vostro risolvere la cosa. il problema è che vi leggiamo noi dalle nostre camerette ancora tardoadolescenziali e non chi dovrebbe fare qualcosa).
come si fa a vivere bene con il peso del crollo della civiltà-per-come-la-conoscevamo sulle spalle? la fine di tutto non sarà una cosa veloce e spettacolare ma un lento, inesorabile declino e la cosa peggiore è che è già cominciato e non sappiamo dove stanno i freni.

insomma, sto bene? no. vado avanti lo stesso? sì. che altro fare?
e nel frattempo leggo e guardo cose. e quando torno a casa coccolo le mie gatte e cerco di non pensare a tutto quello che.

tra le cose notevoli di marzo:


ho approfittato degli sconti panini per recuperare un paio di volumi delle storie francesi di topolino, mickey's craziest adventures di lewis trondheim e nicolas keramidas e una misteriosa melodia - come topolino incontra minnie di bernard cosey, che mi sono piaciuti molto (e che non avevo preso prima perché i prezzi sono già spropositati con gli sconti, figuriamoci senza).
il primo è uno scherzo riuscito così bene che quasi ci sono cascata: trondheim e keramidas raccontano di aver trovato dei vecchi numeri di una collana uscita solo in america e mai più ristampata, mickey's quest, e di aver recuperato le tavole di una storia a puntate, incompleta ma comunque leggibile, che vede protagonisti topolino e paperino in una serie di situazioni assurde - tra giungle e mondi sommersi, civiltà antiche e viaggi nello spazio - all'inseguimento di gambadilegno e i bassotti che hanno derubato il deposito.
ovviamente non è mai esistita nessuna mickey's quest e altrettanto ovviamente mickey's craziest adventure è tutta farina del sacco dei due autori, ma l'espediente funziona benissimo e il risultato è una storia assolutamente folle, resa ancora più assurda dalle pagine "mancanti".
abituata al topolino italiano, il cambio di tono mi ha divertita parecchio, soprattutto nel personaggio di topolino, che è molto diverso dalla versione perfettina a cui siamo abituatə.

una misteriosa melodia di cosey, invece, ha un tono molto meno surreale. la storia è ambientata nel 1927 - e riprende lo stile dei corti disney di quell'epoca - e vede protagonista topolino come sceneggiatore di cortometraggi per dog il cane (sì, è pluto ma non si chiama ancora pluto... almeno non all'inizio della storia) in piena crisi creativa: le sue sono storie buffe e a lieto fine, ma la casa di produzione per cui lavora vuole pathos e tragedia. topolino decide quindi di fare un viaggio per documentarsi ma viene coinvolto da pippo in una serie di eventi che intrecciano tra loro un misterioso manoscritto di shakespeare e una ancora più misteriosa melodia, composta da una misteriosissima viaggiatrice che incontra su un treno durante un black-out.
una storia molto carina ma decisamente meno sperimentale ed eccentrica della prima, che comunque si fa leggere con molto piacere.

ho un altro albo di quella collana che mi aspetta, ma ve ne parlo nel prossimo gomìtolo.


dopo aver letto il bellissimo medea di rita petruccioli (di cui ho parlato sul blog audace) non potevo non rileggere medea - voci di christa wolf, uno dei libri che ho letto, riletto e amato negli anni (c'è anche un vecchio post qui sul blog, che non ho il coraggio di rileggere, ma se vi va...).
la storia la conosciamo - se non la conoscete cercate il libro e leggetelo, fidatevi - ma due parole su quello che amo di questo romanzo volevo scriverle. la prima cosa: la costante, crescente tensione, l'attesa, la consapevolezza che non potrà esserci salvezza. christa wolf ci trascina in fondo a un pozzo insieme a medea, dal momento in cui scopre il segreto di corinto fino a quando svela la verità su quello di colchide. leggere questo libro è vivere un'esperienza non soltanto emotiva ma anche fisica: il senso di catastrofe imminente e la consapevolezza di un orrore tanto empio da dover essere tenuto nascosto - la città ha fondamenta sopra un misfatto - pesa materialmente sullə personaggə tanto quanto sullə lettorə. e poi, ovviamente, amo i riferimenti alla cultura mediterranea più arcaica: la medea euripidea è di epoca classica, certo, ma il mito a cui si riferisce - e che wolf riprende anche da altre fonti - è ancora precedente. nella medea di wolf il tema è, da un lato, quello del confronto tra vecchi e nuovi sistemi di pensiero, mescolati insieme nell'ipocrisia di un progresso che è solo di facciata, ma è anche e soprattutto il disequilibrio di potere tra femminile e maschile. nel fumetto di petruccioli, che dall'opera di wolf prende a piene mani, la riflessione si amplia ulteriormente, seguendo la prospettiva transfemminista, e include non soltanto la questione di genere, ma anche quelle legate agli atteggiamenti suprematisti e xenofobi. due opere bellissime che usano linguaggi differenti e che vi straconsiglio di leggere.


mi è venuto difficilissimo scrivere un commento su questo libro, che da un certo punto di vista mi è piaciuto e dall'altro mi ha lasciata un po' insoddisfatta. widad tamimi - che l'ha presentato a bologna qualche settimana fa, durante un incontro molto interessante ed emotivamente intenso - non la conoscevo, ma mi sono innamorata del suo modo pacato di fare e di parlare praticamente dopo averla ascoltata per soli cinque minuti.
dal fiume al mare, che racconta la sua storia e quella della sua famiglia, mezza ebrea e mezza palestinese, l'ho letto con la riconoscenza che si offre a chi ci dona un pezzetto della sua memoria, della sua storia, delle sue origini.
eppure, leggendo, mi sono sentita come se mancasse qualcosa.

la sincerità e la delicatezza di questo racconto familiare mi ha commossa, soprattutto mi ha commossa la sensazione di spaesamento che dà il trovarsi a metà, specie quando le due metà sono metà "in guerra" da quasi un secolo, e la stabilità che l'autrice trova nelle sue radici così difficili.
attraverso il racconto della sua storia e della memoria delle generazioni che l'hanno preceduta, widad tamimi ci permette di scorgere la realtà della quotidianità palestinese e le sue premesse storiche. una quotidianità fatta di sopportazione e resistenza all'ampio ventaglio delle prepotenze, vessazioni e violenze che israele compie ogni giorno, in nome di una legge che si è cucito addosso per garantirsi il privilegio di poter schiacciare e tormentare un intero popolo con la connivenza di mezzo mondo.
non abbiamo visto altro in questi due anni e mezzo, se non la sproporzione tra le azioni dellə occupantə e dellə occupatə, e non abbiamo visto altro se non la difesa dell'indifendibile, che pure non riesce a trovare un minimo di argine di decenza neppure ora che israele ha votato e approvato una legge per uccidere "legalmente" lə palestinesə, uno dei momenti più bassi che la dignità umana ha raggiunto dalla seconda guerra mondiale a oggi.

però in dal fiume al mare, se pure la critica a israele è costante per tutto il tempo, non esplode mai, non si concretizza mai in una presa di posizione netta e, anzi, più volte l'autrice cerca una spiegazione, una ragione, quasi una giustificazione ad azioni che difficilmente si riescono a immaginare come comprensibili, figuriamoci giustificabili.
capisco il desiderio di pacificazione così come capisco la necessità di razionalizzare l'incomprensibile e trovare un senso a decenni di oppressione e violenza, ma capisco molto meno l'idea di bilanciare forzatamente la soluzione come se si partisse da uno status quo in cui le due parti in causa siano, in un qualsiasi modo, in condizione di parità.
eppure, non c'è alcuna parità e non c'è, quindi, nessuna soluzione che possa andare in direzione di "due popoli due stati". non dopo il genocidio - di genocidio parla la corte di giustizia internazionale, non è un'opinione politica di una fazione, quindi smettiamola di cavillare su questa parola, come se fosse una questione di semantica o di ideologia o, peggio ancora, di appartenenza politica - tutt'ora in corso, non dopo la distruzione delle città, delle infrastrutture, delle risorse, non dopo la sistematica devastazione dei territori, non dopo la negazione delle cure, dell'acqua, del cibo, non dopo le torture, non dopo i rapimenti, non dopo la deliberata uccisione di giornalistə, medicə, operatorə sanitarə, non dopo i bombardamenti sulle tendopoli, non dopo lə bambinə mortə di freddo e fame, non dopo tutto quello che è stato e continua a essere.
non dopo che uno dei due "stati" continua a esistere non solo su una base ideologica criminale, ma attraverso una giurisprudenza che legittima l'apartheid, l'occupazione, la violenza di uno dei due popoli sull'altro.

questo è quello che mi ha fatto arrabbiare, questa critica presente e puntuale sì, ma sfumata e fin troppo pacata.
che non è una pretesa di vendetta - sentimento forse poco nobile ma legittimo, che riconosco appartenermi ma che non chiedo a nessunə di condividere - ma di giustizia. e giustizia non può essere un banale "riconosciamo i traumi di tuttə" perché non ci si può più nascondere dietro i fatti e i traumi, giustamente riconosciuti dal mondo intero, di mezzo secolo fa a cui hanno fatto seguito decenni di orrore. non si può più usare il passato per giustificare il presente e non si può più pensare il futuro ignorando le terrificanti ingiustizie che mezzo mondo (il mezzo mondo più forte e potente) ha continuato a tollerare per il proprio tornaconto, sia politico, sia economico, sia morale.

non credo che in medio stat virtus, non credo che basti non essere partecipi di un progetto criminale per definizione, non credo che quello tra israele e palestina sia un "conflitto" (che conflitto è uno che vede quadcopter da una parte e pietre lanciate a mano dall'altra?) e quindi non credo che si possa risolvere come tale. credo nell'essere partigianə, cioè nello scegliersi - consapevolmente e coerentemente con i propri principi - una parte, che non vuol dire santificarla e negarne le contraddizioni, ma prima difenderla e dopo, solo dopo che se ne garantisce sicurezza e stabilità, agire dall'interno per ripararne le storture. curarla, insomma, ma prima di tutto salvarla.
non credo che si possa ripulire il sionismo dalla sua parte peggiore perché non c'è nulla di "migliore" in un'ideologia nata e sviluppata su idee suprematiste e razziste che si è concretizzata attraverso l'occupazione delle terre, la militarizzazione, il sopruso e la violenza legalizzati. non posso accettare l'dea che un intero popolo usi il trauma di tre/quattro generazioni fa per giustificare l'orrore a cui si è addestrato e di cui fa fieramente mostra davanti al mondo intero.
possiamo immaginare di cercare il "buono" nel nazismo o nel fascismo? ovviamente no. e ovviamente no, non possiamo tollerare uno stato sionista e aspettarci che riconosca il diritto di autodeterminazione di un popolo che vuole semplicemente e dichiaratamente cacciare dalla propria terra e sterminare.
la soluzione non potrà essere altro che la fine dell'occupazione, il riconoscimento del popolo palestinese e del suo diritto all'autodeterminazione e lo smantellamento sistematico dell'apartheid sionista. tutto il resto, anche quando in buona fede, non porterà mai alla fine di questo scempio disumano.

ecco cosa mi ha lasciato l'amaro in bocca per tutto il tempo e per giorni e giorni dopo aver finito questo libro. questo cercare di stare in equilibrio, questo non dire apertamente, questo voler guardare da una parte e dall'altra ignorando lo squilibrio. forse un bambino israeliano e un bambino palestinese chiamo "il mio paese" lo stesso pezzetto di cartina geografica, ma la storia che sottende alle due frasi è tanto diversa, la storia di quei due bambini è tanto diversa, il futuro che aspetta quei due bambini è tanto diverso che un'immagine così non sortisce l'effetto che immagino tamimi voleva ottenere. anzi.
non è stato il destino a far sì che lo stato israeliano venisse fondato sulla terra di palestina, sono state precise strategie politiche che hanno le loro radici in europa e che pure fanno comodo agli stati uniti, ovvero alla metà (e anche meno) più potente del pianeta.
romanticizzare l'occupazione, parlare di destino, descriverla attraverso immagini poetiche di ingenuità infantile è, come minimo, insopportabile.

la rabbia e la delusione che ho sperimentato leggendo si sono trasformate quasi in senso di colpa scrivendo - e cancellando e riscrivendo e ancora e ancora - queste righe.
mi sono chiesta più e più volte se non ho semplicemente travisato tutto, se non ho colto abbastanza bene il senso di questa storia, se forse era meglio non scrivere nulla su questo libro. forse è così. eppure, come si fa a non dire niente?
probabilmente, anzi sicuramente, non dovrei criticare il lavoro di una persona molto più competente di me, la cui storia personale e familiare affonda le radici direttamente nella terra e nei corpi che hanno vissuto gli eventi peggiori del secolo scorso e di questo, che ha visto con i suoi occhi quello che io ho solo letto sui libri e visto attraverso lo schermo di un cellulare, che lavora con lə rifugiatə di guerra.
ma se pure non so entrare nel merito di questioni puramente giuridiche e storiche - perché non sono una giurista né una storica - né tanto meno personali, penso di potermi permettere la critica in quanto persona che, nel corso della sua vita e con i mezzi che ha avuto e che ha cercato, si è fatta delle idee sulla storia e sull'attualità della situazione palestinese.
e da questa prospettiva posso immaginare che, nella migliore delle ipotesi, il problema di questo testo non è nei contenuti ma nella forma. ma si può rischiare di essere ambiguə in questo contesto? anche qui, credo fortemente di no.
il rischio è quello di appiattire settant'anni e più di storia in un "ognunə ha i suoi torti e le sue ragioni" che fa comodo, certo, ma che non fa altro che alleggerire i crimini insopportabili di israele e continuare a negare giustizia al popolo palestinese.


passiamo a parlare di cose più leggere - si fa per dire...
ho trovato questa serie un po' in ritardo ma mi è piaciuta parecchio, quindi se non la conoscete sono qui per consigliarvi di vederla, nel caso in cui quel from the creator of breaking bad non vi bastasse già.
plur1bus immagina l'apocalisse - o almeno la fine dell'umanità per come la conosciamo - in un modo completamente nuovo (o almeno, per me nuovo, ma se conoscete qualcosa di simile lasciatemi un commento): un virus dallo spazio infetta quasi l'intera popolazione umana che da quel momento in poi diventa mentalmente interconnessa, un po' come le reti neurali degli sciami di insetti o delle colonie di formiche. e questa fusione in un unico, immenso noi rende tuttə felici e pacifici.
quasi l'intera popolazione umana, dicevo, perché tredici individui sono completamente immuni al virus e rimangono tagliatə fuori. tra loro c'è carol sturka, autrice di stucchevoli romance che odia e che però le hanno garantito negli anni una vita molto agiata e una schiera di fan (soprattutto signore di mezz'età innamorate del fregnone protagonista delle sue storie). se già da prima del contagio carol non era esattamente una personcina felice e affabile, dopo le cose peggiorano drammaticamente. sia perché il contagio non avviene senza danni collaterali (non aggiungo altro), sia perché dopo si ritrova non soltanto tagliata fuori dal nuovo ordine delle cose, ma deve anche imparare a gestire il dilemma morale circa il modo di affrontare quello che sta succedendo.
distrutta ogni possibili idea di individualità, non soltanto gli esseri umani pensano e agiscono come una sola entità, non soltanto non esistono guerre e il sistema capitalistico è crollato in un nanosecondo, ma questi "nuovi" esseri umani sono felici. totalmente, assolutamente ed estremamente felici e l'unica cosa che desiderano è rendere felici anche le persone che non sono state contagiate.
e dunque? che fare? cercare un modo di riportare le cose al vecchio ordine prima che sia davvero troppo tardi o abbracciare l'idea di un'umanità nuova, finalmente libera da guerre e ingiustizie?

ora, io non ve la so raccontare bene come fa vince gilligan perché nonostante ci sia un gigantesco tema etico da affrontare, plur1bus è tutto fuorché noiosa o pesante. un po' lenta a volte (nel senso che non ci sono esplosioni e risse ogni dieci minuti, eh) ma estremamente coinvolgente.
è uscita solo la prima stagione e le possibilità che si aprono al momento in cui è arrivata la storia sono infinite, e io non vedo l'ora di scoprire come andrà avanti...


mentre ero giù sono andata con la mia signora madre al cinema a vedere il bene comune, il nuovo film di e con rocco papaleo (per cui ho una cotta clamorosa) e vanessa scalera (altra cotta), film bellissimo e forse passato un po' - ingiustamente - in sordina, almeno nella mia bolla (perché qualsiasi roba anglofona buttata su netflix la vedo millemila volte ovunque e invece film come questo sembrano non esistere? visto che ho ragione quando dico che i social sono un posto orribile?).
la storia ruota tutta attorno a sei personaggə - una guida turistica, suo nipote, un'attrice non proprio di successo e quattro detenute - e alle loro storie, al loro incontrarsi fortuito, ai legami che si creano tra loro, un po' per caso e un po' perché è facile riconoscersi nellə altrə quando si ha il coraggio di farsi conoscere davvero per quello che si è, e a una gita alla ricerca del pino loricato, albero resistente e tenace che cresce nella nuda roccia.

a parte la bellezza indicibile dei paesaggi (l'appennino tra la basilicata e la calabria) e della musica (sto malamente in fissa con questa canzone stupenda di livia ferri da giorni e giorni), a parte la bravura dellə attorə che hanno restituito personaggə complessə, sincerə e difficilmente dimenticabili, ho apprezzato tantissimo il messaggio "politico" del film.
l'attenzione alle storie di vita di ciascunə dellə protagonistə, storie di fragilità e di resistenza che raccontano quanto sia facile sbagliare (e di quanto possono essere complessi e difficili i background di chi commette reati "minori". qui c'è di tutto, dalla violenza domestica alla fatica che fa chi vuole vivere della propria arte e della propria passione, situazioni da cui è difficile uscire senza perdere tutto e da cui è facile finire nei guai) e quanto sia necessario avere intorno una comunità che sappia dare una mano a rimediare, a trovare nuove strade e a riprendere in mano il proprio futuro.
abbiamo svuotato di senso il termine compassione ormai da così tanto che non sappiamo più capire cosa significa davvero, ma quel soffrire insieme, nel senso di accogliere su di sé parte del dolore, della paura, della fragilità dell'altrə, è l'unico modo per andare avanti, anche quando andare avanti sembra impossibile e terrificante.

senza nessuna retorica, il messaggio è che il carcere inteso come sistema di punizione non serve a nulla, se non a incattivire ancora di più chi ci finisce dentro, a togliere ogni più piccola possibilità di avere una vita dignitosa, giusta, bella. magari per la prima volta. e che le alternative ci sono e devono esserci, sempre e sempre di più.
andate al cinema e poi magari andate anche a curiosare sul sito dell'associazione antigone, che si occupa di diritti e garanzie per le persone che vivono all'interno delle carceri.


e poi ho finito - un po' in ritardo in alcuni casi - tre serie a cui sono molto affezionata: il reboot di ranma ½, che non ha bisogno di presentazioni, e che nonostante sia pieno di gag catalogabili ormai come politicamente scorretto, a me continua a far ridere come faceva vent'anni fa. ma arriverà la terza stagione, come arriverà la terza stagione di frieren: beyond journey's end, così mi consolo della fine di questa seconda, che è durata decisamente troppo poco e che è sempre di una bellezza indicibile.
a proposito, di frieren avevo parlato qui, insieme ad altre serie che mi piacciono tantissimo (se vi va di darci un'occhiata, il post è un po' datato ma condivido ancora le scelte che avevo fatto prima di scriverlo).
e poi è finita - e a quanto pare è finita davvero, senza possibilità di ritorno - imma tataranni, serie per cui vale il discorso che facevo poco più su: non è che abbiamo un bias per cui le serie e i film italiani li cataloghiamo sempre un po' come prodotti di serie b, di cui non parliamo sui social perché ci sentiamo sempre un po' troppo provinciali a farlo?
se la pensate così credo che sia arrivato il momento di mettere i pregiudizi da parte e guardare quella che credo sia una delle produzioni rai migliori degli ultimi anni, con un cast pazzesco (vanessa scalera e barbara ronchi strepitose!), un'ambientazione molto bella (se qualcuno vuole venire con me a matera prossimamente...) e un'ottima sceneggiatura degli episodi.

dal canto mio, mi sento un po' triste a pensare che non ci saranno nuove stagioni di imma tataranni, mi farà sempre venire in mente le serate-sul-divano-con-le-gatte a casa (anche se non ho visto tutte le puntate a casa, sul divano e con le gatte). e quando si chiude qualcosa che per me si ricollega a casa mi sembra di sentire tutta quella distanza - di spazio e di tempo e di abitudini - ancora di più.


quindi facciamo che metto qui una foto dei miei amori. e dell'impossibilità di usufruire del divano (ma va bene così ) così sembra tutto meno lontano.

venerdì 20 marzo 2026

pk - l'esperimento abominio

le cose iniziano, le cose finiscono. tutto quello che c'è nel mezzo, rimane.


io non volevo essere polemica su questa cosa. davvero, non volevo.
quest'anno è il trentennale di pkna, uno dei fumetti più importanti per me, uno tra quelli che hanno fatto nascere il mio amore per i fumetti e per le storie in generale. pkna mi fa sempre l'effetto madeleine proustiana, mi riporta alla mia prima adolescenza, ai pomeriggi passati nella cucina in casa di mia nonna, a quella persona che ero e che non posso essere più, a una delle versioni di me che mi mancano di più.
penso che sia così un po' per tuttə quellə della mia generazione perché pkna non ha soltanto rivoluzionato il fumetto disney, ma ha stravolto l'approccio che moltə di noi - quellə che magari leggevano soprattutto e quasi esclusivamente disney da sempre - avevamo al fumetto e alle storie in generale.
pkna ci ha insegnato che anche un papero sfigato può farci raccontare storie complesse e profonde, e che quello che ci stringeva lo stomaco e faceva venire i lucciconi agli occhi non era facile tradurlo in parole. era un papero in un universo di animali antroporfizzati e creature aliene, eppure ci ha fatto esplorare tanta di quell'umanità che ancora oggi, dopo trent'anni, ripensare a certi episodi ci fa venire la pelle d'oca (sì, xadhoom, certo che penso a te. sempre).

immaginatevi quindi quanto ero felice di sapere che stavano per uscire nuove storie. pensavo che sarebbe andata meglio degli esperimenti più recenti, che mi avevano lasciato un'impressione un po' tiepida e sembravano (coff) pensati giusto per tirare fuori qualche cartonato a prezzi improbabili.
insomma, almeno con la storia pubblicata su topolino è andata male.
meno un all'alba, lo spillato, invece, non ho ancora potuto leggerlo perché - chi l'avrebbe mai detto? - panini ogni volta "sembra che" stampi di proposito poche copie per fare il gioco dei reseller e dellə collezionistə, e non per lə lettorə.

ma, dicevamo, l'esperimento abominio su topolino sì, ed è stata un po' una delusione, soprattutto nella seconda parte: in breve - perché a livello di trama non c'è molto su cui dilungarsi, è chiaramente un'introduzione a un nuovo ciclo focalizzato sulla famiglia ducklair (personalmente, uno dei filoni che io amo di meno, essendo sempre stata una grande fan del razziatore, degli evroniani e, ovviamente!, di xadhoom) e in quanto introduzione a un nuovo ciclo di storie che rimandano a quelle di trent'anni fa, da un lato strizza l'occhio allə vecchiə lettorə, dall'altro cerca di spiegare abbastanza anche allə nuovə così che possano ambientarsi in questo universo - spoiler! che ci dovremmo fare di questa sequenza infinita di pk che fa la morale a ducklair e di un everett che risolve tutto il suo essere un personaggio estremamente complesso e ambiguo in un "ah, ok, adesso che me lo dici tu sarò buono"?

e tutto questo mi porta al vero tema che sta al centro di ogni mia paura e delusione (e che va molto oltre pk), e cioè che sempre di più i prodotti-che-dovrebbero-essere-culturali si stanno trasformando in pappette già masticate e rivomitate, idee omogeneizzate in comode monoporzioni, robe semplici e lineari, schemini attraverso cui è impossibile confondersi, avere dubbi, vacillare e dover rimanere un momento a pensare, a riflettere.

everett ducklair era la mente geniale che non riusciva a controllare il potenziale distruttivo delle sue intenzioni, tormentato da una vita lunghissima e da una storia personale - e da un rapporto con le sue figlie - estremamente complicati. combatteva con la parte più oscura del suo ingegno e ragionava pensando alle sue creazioni calate in un mondo che andava molto oltre al suo orizzonte. un mondo, anzi un universo, complesso, in cui anche le migliori intenzioni e motivazioni di un individuə potevano significare dolore, perdita e disperazione per moltə altrə.

tutto questo, in questa nuova storia, non solo non si vede e non si sente, ma sembra volontariamente rimosso: non più everett e pk calati nel vasto universo e chiamati a mantenerlo in un equilibrio tanto delicato quanto necessario a tutte le creature che lo abitano, ma everett e pk su un palcoscenico vuoto, che si rimirano l'ombelico e riflettono su un'etica autoreferenziale e indifferente a tutto il resto.

oh, poi può anche essere semplicemente che la mia memoria ha magnificato pkna (la prima serie, sì, perché le altre, per quanto belline, non erano di certo all'altezza), ma non più di tanto. qui, di tutto quello che mi piaceva di pk, c'ho trovato poco.
insomma, poteva andare meglio.

in realtà mi sto odiando in questo momento perché mi sento il tipo di persona che ho sempre detestato e schifato: la vecchia che si lamenta dei reboot e dei sequel perché quello di prima era meglio. è probabile che la cosa migliore che c'era prima era una mia versione meno rompipalle, ma c'è anche qualcosa che mi è piaciuta moltissimo in l'esperimento abominio e che ha mitigato un po' la mia delusione, facendomi tornare davvero indietro a quel tempo in cui le storie erano bellissime e indimenticabili (come è possibile che ricordo cose che ho letto quando andavo in terza media e ho quasi dimenticato l'inizio di questo episodio, che ho letto circa una settimana fa? *domanda retorica*), e cioè i disegni di lorenzo pastrovicchio, che è sempre stato il mio disegnatore preferito per le storie del papero mascherato, quello che più ha costruito l'epicità e la grandiosità dell'immaginario pikappico e che meglio ha reso l'alterità di questa dimensione rispetto a tutto il resto della produzione disney.

le cose iniziano, le cose finiscono e tutto quello che c'è nel mezzo rimane, ma di questa storia, temo, rimarrà davvero poco, se non la sensazione che un anniversario così importante avrebbe richiesto un po' di coraggio in più (o uno sceneggiatore diverso. con tutto il rispetto, ma non è la prima volta che resto delusa da una storia di artibani).
spero che meno uno all'alba sia riuscito a fare di più. se lo trovo (in fumetteria, con buona pace dei furbini di ebay) ne riparliamo qui.

lunedì 9 marzo 2026

vergini ~ la folle storia della verginità

di fatto, una vergine è una donna senza uomo. e come recitava uno slogan dei primi tempi dell' mlf: «una donna ha bisogno di un uomo come un pesce di una bicicletta»

ormai sono anni che si fanno ricerche e si discute sul fatto che i maschi della gen z siano molto più conservatori e reazionari non soltanto delle loro coetanee femmine ma anche degli uomini delle generazioni precedenti. è una tendenza spaventosa, che va a braccetto con il proliferare di criminali misogini che spargono odio sul web, tra social e podcast, che mira principalmente alle donne e non solo.

è un panorama desolante e preoccupante, che si innesta magnificamente - no, non sto divagando, tutto è strettamente collegato quando parliamo di derive sociali e politica - nella svolta fascistoide che interessa un po' il mondo tutto e che ci sta trascinando verso futuri sempre meno auspicabili.
e poiché tutto è collegato, non possiamo che attenzionare ogni prodotto culturale, a maggior ragione quelli che scelgono di parlare ai target più giovani, che cerca di resistere e di decostruire i peggiori stereotipi che certi aspetti della nostra (in senso globale) cultura si trascina dietro, come - tornando alla misoginia di cui sopra - quelli legati alla verginità, ovviamente intesa come esclusivamente femminile!, argomento tra i preferiti di chi non sa bene nemmeno come è fatta una vulva ma che sentenzia sui diritti sessuali e riproduttivi delle donne.

vergini - la folle storia della verginità è firmato da élise thiébaut, scrittrice, giornalista, editrice, sceneggiatrice e membro dell'associazione avocats sans frontières france, che da anni dedica il suo lavoro ai diritti delle donne, e disegnato da elléa bird, fumettista di lyon che mette insieme nelle sue opere l'amore per il romanzo gotico e per il crime all'impegno femminista.

il risultato è un mix tra memoir e saggio che passa per i ricordi e le esperienze personali di thiébaut e per le sue ricerche storiche e antropologiche su uno dei temi che più hanno ossessionato l'umanità fin dai tempi più antichi in quasi ogni parte del mondo. quello di verginità, ci ricorda thiébaut, è un concetto estremamente ampio: nell'antica grecia le dee vergini non erano tali perché non avevano rapporti sessuali - anzi! - ma perché erano libere dal matrimonio e dalla maternità; le vestali, sacerdotesse romane consacrate a vesta, godevano di un rispetto e un ruolo politico precluso alle altre donne e a volte prolungavano i voti anche dopo il periodo richiesto dalla dea proprio per mantenere il loro status. vergine per eccellenza è maria, la madre di gesù, che dalle antiche dee che difendevano la propria indipendenza sembra aver ereditato davvero poco ma che pure rimane come riflesso sbiadito di una concezione di femminile più sfaccettato di quello che il cristianesimo ci ha raccontato.


ma la verginità non è, come sappiamo bene, un'idea che si perde tra miti antichi e storie di passati più che remoti. ripensando alla sua adolescenza e giovinezza - e facendoci ripensare all'idea post-sessantottina di libertà sessuale come sinonimo di attività sessuale, preferibilmente promiscua e sfrenata - le autrici ci raccontano l'ansia di affrancarsi da quella verginità che era vissuta come l'àncora alla condizione di eterne bambine inesperte del mondo.

fisicamente parlando, la verginità è testimoniata da una minuscola membrana, l'imene, che stringe (non chiude!) l'orifizio vaginale. l'ossessione (maschile) per questo tessuto ha dettato per secoli un controllo morboso sul corpo delle donne (da parte degli uomini), controllo che si è poi regolamentato con l'istituzione del matrimonio e che corre parallelo al bisogno (maschile, anche questo) di avere la certezza sulla legittimità degli eredi (soprattutto di quelli maschi...).
thiébaut e bird spiegano con didascalica chiarezza cos'è davvero l'imene, come può variare da donna a donna, come può anche non esserci, come può non lacerarsi durante i rapporti sessuali e rimanere intatto fino al momento del parto, smontando idee che sarebbe davvero assurdo pensare di avere ancora oggi e che invece...

ma religione, storia e biologia non sono tutto. questa storia è la folle storia della verginità, ed è folle perché piena di contraddizioni, di regole stabilite come fosse un gioco - un gioco che è costato tanta, troppa sofferenza - di associazioni tra caratteristiche fisiche, comportamenti e valore morale totalmente arbitrarie.
la thiébaut ragazzina e quella adulta parlano insieme senza salire in cattedra a propinarci una lezione, ma viaggiano tra ricordi, aneddoti, credenze, ricerca e cultura pop - da giovanna d'arco a britney spears - per riprendere il controllo del discorso sul corpo femminile e restituirlo alle donne per quello che è davvero - un mucchio confuso di idee fisiologicamente errate e mistificate che serve solo a opprimere - e per iniziare ad affrontarlo con consapevolezza e meritata leggerezza.

vincitore del prix des droits des femmes «coup de cœur» al salon littéraire des deux rives 2024 e del prix bonnes mines du meilleur album 2024 al salon bédécines, vergini - la folle storia della verginità arriva in libreria domani, 10 marzo.

martedì 3 marzo 2026

gomìtolo 4 ~ febbraio 2026


il mondo scivola sempre più in un baratro di orrore, tra chi senza vergogna viola il diritto internazionale e esprime desideri di una ripresa colonialista dell'occidente a scapito di quello che chiamiamo sud globale, guerre, genocidi, misure sempre più spudoratamente repressive e fasciste, milioni di documenti che svelano realtà più abominevoli di ogni immaginazione. e intanto noi stiamo qui, calmə e immobili, a chiacchierare di libri, di fumetti, di film e di spettacoli che celebrano un desiderio di indipendenza che dubito riusciremo a riprenderci solo cantando e ballando (per quanto bene lo si possa fare - sì, certo che ho visto lo spettacolo al superbowl, e queste riflessioni risalgono a un paio di settimane fa, solo che tutto va così veloce che ogni cosa sembra già storia anche dopo meno di un mese) o scrivendo cose.
è questo immobilismo, questa pia illusione che l'arte ci salverà che mi fa paura. non che non creda nel valore dell'espressione e della creatività, ma ho la sensazione che anche le migliori intenzioni - sempre infilate a forza in quel se vuoi puoi che dovremmo aver capito essere la più grossa bugia mai raccontata - siano ormai inglobate così tanto in questo sistema capitalista che tutto trasforma da idea in prodotto da rivenderci, utile a distrarci mentre continuiamo a tirare avanti, sguazzando nella nostra perenne alienazione (ogni riferimento a quella cacata di kermesse musicale che non voglio nemmeno nominare, apoteosi della mediocrità culturale e politica di questo paese, che vi ostinate a guardare e commentare come se ne andasse della vostra vita, alimentando una fomo che non ha alcuna reale giustificazione, è assolutamente voluta. mi spiace, ma veramente, basta!).
che facciamo quindi? non lo so. aspettiamo che la corda si tiri abbastanza da spezzarsi e teniamoci prontə, sperando che la nostre psiche regga fino ad allora. non so voi, ma la mia non sta proprio benissimo.

ma torniamo alle cazzate più leggere di cui si parla di solito qui, ai libri e alle altre cose.

questo mese, in realtà, ho da parlare più di cose che ho visto che di cose che ho letto. sono entrata in quel loop per cui inizio un libro, mi annoia a morte, lo rimetto sullo scaffale e gli dico che prima o poi arriverà il suo momento, ne prendo un altro e via di nuovo così. passerà, e spero che passerà presto, perché gli scaffali (niente pila della vergogna, qui siamo a livello pro) delle cose-da-leggere stanno esplodendo e mi uccidono di sensi di colpa.


primissima cosa di cui volevo parlare - e non vedevo l'ora di farlo - è hamnet - nel nome del figlio. ora, io non sono una che piange facilmente (cioè, mi commuovo ma per cose assurde che non vi dirò) ma a questo giro è stato davvero impossibile non doversi asciugare almeno qualche lacrima.
"viscerale" è uno degli aggettivi più abusati degli ultimi tempi, ma è il primo che mi viene in mente se penso a hamnet. i dialoghi ridotti all'osso, i silenzi carichi, la connessione quasi magica tra corpi e natura - intesa come mondo esterno tanto quanto come la loro animalesca e fragile carnalità - mi hanno letteralmente scavato le viscere.
la storia si divide idealmente in tre atti: l'amore tra william e agnes (anne hathaway), veloce, gioioso e spontaneo al limite del ferino; la morte di hamnet e, infine, la sublimazione del dolore attraverso l'arte, cioè la scrittura e la messa in scena di hamlet (l'avete letto mille volte, hamnet e hamlet sono praticamente lo stesso nome, scritto in due modi differenti e spesso intercambiabili nei registri anagrafici dell'epoca), l'opera forse più famosa del bardo di stratford-upon-avon.
la costruzione stessa del film, tanto da un punto di vista della cronologia della narrazione quanto - e soprattutto - in senso di scelte di regia (di chloé zhao, che non so nemmeno se ho visto altro di suo ma dopo questo film rimedierò) e fotografia, è tutta un omaggio e un riferimento alla rappresentazione teatrale. le scene sono fisse anche quando gli attori si spostano oltre il limite fisico dello schermo, le inquadrature scelgono spesso un punto di fuga centrale, le luci e i colori dipingono le ambientazioni caricandole di simbolismi e dettagli che li portano a somigliare a (meravigliose) quinte teatrali.
a muovere tutto è una bellezza estrema e dolorosa - viscerale, appunto - che nasce dalla grandezza emotiva che trasmettono lə protagonistə (interpretatə meravigliosamente da paul mescal, noha jupe - nel ruolo di hamnet - e jessie buckley, che se non vince un oscar per la sua agnes allora boh, non so cosa volete da un essere umano), che non si può dire, non si può esprimere se non con un aggrapparsi di corpi a corpi, se attraverso i gesti, se non con gli sguardi, con le urla, con le lacrime.
insomma, io non so parlare di cinema, soprattutto non so parlare di una cosa che come questa è capace di dare tanto allə spettatorə, ma vi consiglio di recuperarlo (e di guardarlo al cinema perché è tutto troppo bello per confinarlo allo schermo di una tv o di un pc).
mi è anche venuta voglia di leggere il libro di maggie o'farrell - che ha partecipato alla sceneggiatura insieme a zhao - da cui è tratto il film, se è bello anche solo la metà, ne varrà la pena.
(avevo parlato di "cose leggere" ma questo in fondo tanto leggero non è)


ho ovviamente finito di vedere la quarta stagione di bridgerton, uno dei miei guilty pleasure preferiti. finale che corrisponde puntualmente alle aspettative - che poi sono le stesse per chi ha letto romanzo e chi no - ma d'altronde, che altro poteva succedere? tutto bello, tanto fanservice molto apprezzato (anthony e kate stanno lì solo per questo, su!), e sempre tanta gioia nel vedere una rappresentazione non pietistica né violenta della disabilità - penso soprattutto a hazel che in questa stagione ha una certa rilevanza, per lo meno in termini di minutaggio e relazione con lə altrə personaggə (a sanremo - e in generale in rai - dovrebbero prendere appunti, mannaggiacristo).
sono stata pienamente soddisfatta, nonostante la "soluzione" al problema principale della serie sia stata un po' frettolosa e raffazzonata (ma succedeva così anche nel libro? non ne ho memoria!) e sono ipermegacuriosa di scoprire - spoiler se non avete visto fino alla finechi c'è adesso dietro la "nuova" lady whistledown, ma anche su quale bridgerton si concentrerà la prossima stagione, visto che l'ordine delle storie è stato ormai completamente stravolto.
sono anche molto contenta di come hanno scelto di portare avanti la storia di agatha danbury, credo una dellə personaggə più amata dell'intera serie, e della sua amicizia con violet bridgerton e con la regina.
in una serie romance, non è affatto scontata la scelta di dare così tanta rilevanza all'amicizia femminile, mostrandola come un sentimento sincero e disinteressato che non unisce semplicemente ragazzine senza nulla di meglio da fare, ma donne adulte che hanno grandi responsabilità (familiari e no) e che comunque trovano il tempo per stare insieme e si danno manforte anche quando sostenersi non è facile e mette in gioco tanto della propria stabilità.
insomma, per me è sono le solite cinque stelline piene


ho anche iniziato a vedere crazy ex-girlfriend, una serie di qualche anno fa, che mi è stata consigliata da un amico e che mi sta divertendo da morire. in pochissime parole: è la perfetta rappresentazione di tutto quello che non si dovrebbe mai fare in qualsiasi tipo di relazione. la storia è quella di un'avvocata di grandissimo successo, rebecca, sull'orlo di una crisi di nervi e di una mega promozione. proprio quando deve decidere se continuare la sua carriera costellata di successi o lasciare che i suoi nervi collassino completamente, incontra per puro caso josh, suo grandissimo amore dei sedici anni, che non ha mai più rivisto e da cui era stata scaricata in modo abbastanza brutale.
contrariamente a ogni buon senso, rebecca si licenzia, molla tutto e si trasferisce da new york a west covina in california, andando a lavorare in uno studio legale che definire "poco prestigioso" sarebbe un eufemismo, solo per stare vicina al suo ex e provare a riconquistarlo, nonostante lui sia felicemente fidanzato da anni con un'altra ragazza. questa è solo la premessa a una storia assurda in cui si riversa tutta la tossicità possibile e tutti gli stereotipi peggiori, e in cui però è impossibile odiare davvero qualcunə.
ogni personaggiə è il risultato di una risposta sbagliata - anche se spesso in buona fede - a una miriade di traumi, e ogni relazione tra lə personaggə è la rappresentazione migliore di come non dovrebbero funzionare i rapporti umani - e di come, in realtà, funzionano fin troppo spesso, raccontato attraverso una prospettiva di ironia feroce e divertentissima.
è tutto tragico e tutto, inevitabilmente, comico. e se già tutto quello che succede non è abbastanza disastroso, ogni episodio offre uno o due momenti di musical surreale che rendono tutto ancora più allucinante.
straconsigliatissima a chiunque riesca a ridere di tutto quello che di solito ci fa piangere. per me è, al momento, l'unica cosa su cui il mio cervello riesce a focalizzarsi a fine giornata.


e infatti ho letto veramente pochissimo. a parte some desperate glory - l'ultima eroina (bello bellissimo), questo mese ho recuperato la strega e la lotteria di sua maestà shirley jackson, due librini con dei mini-racconti velocissimi a volte veramente da pelle d'oca, altre volte meno, ma comunque che volete dire a shirley? tra i migliori ci sono: il dente (da la strega) che racconta un viaggio allucinatissimo di una donna in preda al mal di denti verso uno studio dentistico. ora, so cosa state pensando, ma se mettete insieme antidolorifici + viaggio + shirley jackson il risultato non è affatto scontato. a me ha fatto letteralmente arrivare sull'orlo di una crisi di panico. la lotteria, racconto che dà il titolo all'altra racconta, è un altro esempio magistrale di come si scrive un racconto breve. ed è talmente ben fatto che all'epoca della sua pubblicazione sul new yorker qualcunə lo scambiò per una cronaca reale.
molto angosciante anche lo sposo, che mi ha richiamato la stessa sensazione di essere intrappolata dentro un incubo de il dente.


ultimissimo acquisto/lettura del mese è stato la sovrana lettrice di alan bennett che avevo letto qualche anno fa e che però volevo rileggere, quindi ho approfittato degli sconti adelphi anche per questo. anche questo è un librino breve e veloce, ma divertentissimo - in modo diverso dai due di jackson - che, nomen omen, immagina la regina d'inghilterra (ovviamente quando è stato scritto c'era ancora elisabetta) che scopre la passione per la lettura grazie ai suoi corgi, a un garzone di cucina e a una biblioteca ambulante. e più si immerge nei suoi libri, più cambia il suo rapporto con il ruolo che è chiamata a recitare e, ancor di più, con il resto dell'umanità.
penso che questo sia praticamente un classico tra i libri-che-parlano-di-libri o meglio, di-gente-a-cui-piacciono-i-libri, quindi se non l'avete mai letto recuperatelo (anche se sono finiti gli sconti, tanto lo trovate dappertutto).


bonus: coniglietto incontrato per caso.

giovedì 26 febbraio 2026

some desperate glory ~ l'ultima eroina

finché abbiamo vita, il nemico dovrà temerci.

aspettavo di leggere some desperate glory (tradotto miseramente come l'ultima eroina) di emily tesh praticamente da quando è stato annunciato come il vincitore del premio hugo nel 2024, complice anche il fatto che l'avevo visto girellare nella mia bolla accompagnato da commenti entusiasti.
non è un romanzo perfetto, anzi, ci sono alcune cose parecchio ingenue, ma i punti di forza del mondo che tesh ha creato e soprattutto dellə suə personaggə riescono ad alzare la media così tanto da mettere in ombra tutto quello che poteva essere migliorabile.

il racconto si apre su gaea, l'ultimo avamposto di resistenza umana al majoda, un sasso inospitale sperduto nello spazio, trasformato in colonia. la terra è stata distrutta dai majo e lə pochə superstitə hanno avuto due scelte: collaborare con chi ha sterminato la loro specie o progettare la vendetta. in questi pochi decenni di esistenza, gaea ha sviluppato una cultura totalmente militarista ed estremamente gerarchizzata fondata sull'odio verso i majo, sull'onore e la disciplina. l'unica ambizione possibile, per chi vive qui, è diventare un soldatə capace di ripagare il nemico per l'assassinio del suo pianeta madre. chiunque non sia abbastanza forte, agile, veloce e resistente, può lavorare per il mantenimento delle strutture che reggono in piedi la colonia o, se donna, può partorire futurə soldatə.

kyr è nata qui ed è nata per essere un soldato, una perfetta macchina di morte addestrata fino al midollo per vendicare la sua intera specie. il suo corpo è frutto di incroci che - dopo la perdita delle conoscenze umane in materia di bioingegneria - servono a garantire umani grandi, forti, veloci e resistenti. e obbedienti. ha appena diciassette anni, ma su gaea è grande abbastanza da sapere che sta per ricevere la sua assegnazione, che il suo destino sta per compiersi, che tutta la sua vita fatta di sacrifici e allenamenti avrà finalmente un significato, sicura che sarà mandata nei reparti di combattimento.
ma quando l'illusione crolla e scopre che tutto quello in cui ha sempre creduto l'ha tradita, kyr fa quello che mai avrebbe immaginato.

da questo momento la trama prende un risvolto totalmente inaspettato. la rigida semplicità di gaea, la storia della sua recente fondazione e il suo funzionamento vengono scandagliati, dispiegati e svelati man mano che la vicenda va avanti in modi imprevedibili. e, contemporaneamente, cambia anche kyr.
fin da subito è una personaggia indubbiamente affascinante, anche quando, soprattutto all'inizio, non riusciamo a condividerne le idee. tesh riesce a farci entrare pienamente nel sistema di valori di kyr, nel suo modo di pensare e di vivere, ce la mostra come una persona reale e complessa, capace di mettere in discussione la sua intera esistenza e di compiere scelte radicali.

nel corso della storia, kyr sviluppa un mondo interiore e una morale basandosi esclusivamente sulla sua esperienza e sulla sua capacità di osservazione, che si affina sempre di più. kyr impara ad ascoltarsi, a provare dei sentimenti e a riconoscerli per quello che sono, si libera dei dogmi di gaea e dalle convinzioni che ha incorporato e si dà una nuova forma.

dietro gli universi di some desperate glory, dietro la loro storia e le loro tecnologie, emily tesh racconta un'umanità futura ancora strettamente dipendente da una cultura fortemente gerarchica, patriarcale, machista, razzista e misogina e il messaggio sotteso è chiaro: non può esistere un'ideologia militarista e patriottica (e quindi, diciamolo brutalmente, di destra) che non sia profondamente oppressiva e discriminatoria perché l'una è necessariamente il rovescio dell'altra. tesh racconta un fascismo interpretato in chiave pangalattica che, nonostante l'allargamento fisico e culturale dell'orizzonte in cui si muove, continua a riproporre i leitmotiv che ben conosciamo e che poco hanno, purtroppo, di immaginifico.

ma tesh va oltre e, a un certo punto, facendoci riflettere sull'essenza stessa della saggezza, delle sue decisioni e dei motivi stessi che hanno spinto il majoda a crearla, si interroga sulla natura del potere, di chi lo detiene e di come lo utilizza. la saggezza mira a creare una realtà che è la migliore di quelle possibili - altro concetto che non possiamo che avere ben chiaro, soprattutto nelle sue contraddizioni - ma che inevitabilmente porta al paradosso che qualsiasi migliore-dei-mondi-possibili comporta ingiustizia, violenza e sopraffazione per una parte della realtà. e quindi?

la conclusione c'è, tanto nella storia quanto, auspicabilmente, in chi legge. some desperate glory è un viaggio che si muove, prima ancora che nello spazio, nelle possibilità che ci dà la capacità di comprendere le strutture che abitiamo.