venerdì 20 marzo 2026

pk - l'esperimento abominio

le cose iniziano, le cose finiscono. tutto quello che c'è nel mezzo, rimane.


io non volevo essere polemica su questa cosa. davvero, non volevo.
quest'anno è il trentennale di pkna, uno dei fumetti più importanti per me, uno tra quelli che hanno fatto nascere il mio amore per i fumetti e per le storie in generale. pkna mi fa sempre l'effetto madeleine proustiana, mi riporta alla mia prima adolescenza, ai pomeriggi passati nella cucina in casa di mia nonna, a quella persona che ero e che non posso essere più, a una delle versioni di me che mi mancano di più.
penso che sia così un po' per tuttə quellə della mia generazione perché pkna non ha soltanto rivoluzionato il fumetto disney, ma ha stravolto l'approccio che moltə di noi - quellə che magari leggevano soprattutto e quasi esclusivamente disney da sempre - avevamo al fumetto e alle storie in generale.
pkna ci ha insegnato che anche un papero sfigato può farci raccontare storie complesse e profonde, e che quello che ci stringeva lo stomaco e faceva venire i lucciconi agli occhi non era facile tradurlo in parole. era un papero in un universo di animali antroporfizzati e creature aliene, eppure ci ha fatto esplorare tanta di quell'umanità che ancora oggi, dopo trent'anni, ripensare a certi episodi ci fa venire la pelle d'oca (sì, xadhoom, certo che penso a te. sempre).

immaginatevi quindi quanto ero felice di sapere che stavano per uscire nuove storie. pensavo che sarebbe andata meglio degli esperimenti più recenti, che mi avevano lasciato un'impressione un po' tiepida e sembravano (coff) pensati giusto per tirare fuori qualche cartonato a prezzi improbabili.
insomma, almeno con la storia pubblicata su topolino è andata male.
meno un all'alba, lo spillato, invece, non ho ancora potuto leggerlo perché - chi l'avrebbe mai detto? - panini ogni volta "sembra che" stampi di proposito poche copie per fare il gioco dei reseller e dellə collezionistə, e non per lə lettorə.

ma, dicevamo, l'esperimento abominio su topolino sì, ed è stata un po' una delusione, soprattutto nella seconda parte: in breve - perché a livello di trama non c'è molto su cui dilungarsi, è chiaramente un'introduzione a un nuovo ciclo focalizzato sulla famiglia ducklair (personalmente, uno dei filoni che io amo di meno, essendo sempre stata una grande fan del razziatore, degli evroniani e, ovviamente!, di xadhoom) e in quanto introduzione a un nuovo ciclo di storie che rimandano a quelle di trent'anni fa, da un lato strizza l'occhio allə vecchiə lettorə, dall'altro cerca di spiegare abbastanza anche allə nuovə così che possano ambientarsi in questo universo - spoiler! che ci dovremmo fare di questa sequenza infinita di pk che fa la morale a ducklair e di un everett che risolve tutto il suo essere un personaggio estremamente complesso e ambiguo in un "ah, ok, adesso che me lo dici tu sarò buono"?

e tutto questo mi porta al vero tema che sta al centro di ogni mia paura e delusione (e che va molto oltre pk), e cioè che sempre di più i prodotti-che-dovrebbero-essere-culturali si stanno trasformando in pappette già masticate e rivomitate, idee omogeneizzate in comode monoporzioni, robe semplici e lineari, schemini attraverso cui è impossibile confondersi, avere dubbi, vacillare e dover rimanere un momento a pensare, a riflettere.

everett ducklair era la mente geniale che non riusciva a controllare il potenziale distruttivo delle sue intenzioni, tormentato da una vita lunghissima e da una storia personale - e da un rapporto con le sue figlie - estremamente complicati. combatteva con la parte più oscura del suo ingegno e ragionava pensando alle sue creazioni calate in un mondo che andava molto oltre al suo orizzonte. un mondo, anzi un universo, complesso, in cui anche le migliori intenzioni e motivazioni di un individuə potevano significare dolore, perdita e disperazione per moltə altrə.

tutto questo, in questa nuova storia, non solo non si vede e non si sente, ma sembra volontariamente rimosso: non più everett e pk calati nel vasto universo e chiamati a mantenerlo in un equilibrio tanto delicato quanto necessario a tutte le creature che lo abitano, ma everett e pk su un palcoscenico vuoto, che si rimirano l'ombelico e riflettono su un'etica autoreferenziale e indifferente a tutto il resto.

oh, poi può anche essere semplicemente che la mia memoria ha magnificato pkna (la prima serie, sì, perché le altre, per quanto belline, non erano di certo all'altezza), ma non più di tanto. qui, di tutto quello che mi piaceva di pk, c'ho trovato poco.
insomma, poteva andare meglio.

in realtà mi sto odiando in questo momento perché mi sento il tipo di persona che ho sempre detestato e schifato: la vecchia che si lamenta dei reboot e dei sequel perché quello di prima era meglio. è probabile che la cosa migliore che c'era prima era una mia versione meno rompipalle, ma c'è anche qualcosa che mi è piaciuta moltissimo in l'esperimento abominio e che ha mitigato un po' la mia delusione, facendomi tornare davvero indietro a quel tempo in cui le storie erano bellissime e indimenticabili (come è possibile che ricordo cose che ho letto quando andavo in terza media e ho quasi dimenticato l'inizio di questo episodio, che ho letto circa una settimana fa? *domanda retorica*), e cioè i disegni di lorenzo pastrovicchio, che è sempre stato il mio disegnatore preferito per le storie del papero mascherato, quello che più ha costruito l'epicità e la grandiosità dell'immaginario pikappico e che meglio ha reso l'alterità di questa dimensione rispetto a tutto il resto della produzione disney.

le cose iniziano, le cose finiscono e tutto quello che c'è nel mezzo rimane, ma di questa storia, temo, rimarrà davvero poco, se non la sensazione che un anniversario così importante avrebbe richiesto un po' di coraggio in più (o uno sceneggiatore diverso. con tutto il rispetto, ma non è la prima volta che resto delusa da una storia di artibani).
spero che meno uno all'alba sia riuscito a fare di più. se lo trovo (in fumetteria, con buona pace dei furbini di ebay) ne riparliamo qui.

lunedì 9 marzo 2026

vergini ~ la folle storia della verginità

di fatto, una vergine è una donna senza uomo. e come recitava uno slogan dei primi tempi dell' mlf: «una donna ha bisogno di un uomo come un pesce di una bicicletta»

ormai sono anni che si fanno ricerche e si discute sul fatto che i maschi della gen z siano molto più conservatori e reazionari non soltanto delle loro coetanee femmine ma anche degli uomini delle generazioni precedenti. è una tendenza spaventosa, che va a braccetto con il proliferare di criminali misogini che spargono odio sul web, tra social e podcast, che mira principalmente alle donne e non solo.

è un panorama desolante e preoccupante, che si innesta magnificamente - no, non sto divagando, tutto è strettamente collegato quando parliamo di derive sociali e politica - nella svolta fascistoide che interessa un po' il mondo tutto e che ci sta trascinando verso futuri sempre meno auspicabili.
e poiché tutto è collegato, non possiamo che attenzionare ogni prodotto culturale, a maggior ragione quelli che scelgono di parlare ai target più giovani, che cerca di resistere e di decostruire i peggiori stereotipi che certi aspetti della nostra (in senso globale) cultura si trascina dietro, come - tornando alla misoginia di cui sopra - quelli legati alla verginità, ovviamente intesa come esclusivamente femminile!, argomento tra i preferiti di chi non sa bene nemmeno come è fatta una vulva ma che sentenzia sui diritti sessuali e riproduttivi delle donne.

vergini - la folle storia della verginità è firmato da élise thiébaut, scrittrice, giornalista, editrice, sceneggiatrice e membro dell'associazione avocats sans frontières france, che da anni dedica il suo lavoro ai diritti delle donne, e disegnato da elléa bird, fumettista di lyon che mette insieme nelle sue opere l'amore per il romanzo gotico e per il crime all'impegno femminista.

il risultato è un mix tra memoir e saggio che passa per i ricordi e le esperienze personali di thiébaut e per le sue ricerche storiche e antropologiche su uno dei temi che più hanno ossessionato l'umanità fin dai tempi più antichi in quasi ogni parte del mondo. quello di verginità, ci ricorda thiébaut, è un concetto estremamente ampio: nell'antica grecia le dee vergini non erano tali perché non avevano rapporti sessuali - anzi! - ma perché erano libere dal matrimonio e dalla maternità; le vestali, sacerdotesse romane consacrate a vesta, godevano di un rispetto e un ruolo politico precluso alle altre donne e a volte prolungavano i voti anche dopo il periodo richiesto dalla dea proprio per mantenere il loro status. vergine per eccellenza è maria, la madre di gesù, che dalle antiche dee che difendevano la propria indipendenza sembra aver ereditato davvero poco ma che pure rimane come riflesso sbiadito di una concezione di femminile più sfaccettato di quello che il cristianesimo ci ha raccontato.


ma la verginità non è, come sappiamo bene, un'idea che si perde tra miti antichi e storie di passati più che remoti. ripensando alla sua adolescenza e giovinezza - e facendoci ripensare all'idea post-sessantottina di libertà sessuale come sinonimo di attività sessuale, preferibilmente promiscua e sfrenata - le autrici ci raccontano l'ansia di affrancarsi da quella verginità che era vissuta come l'àncora alla condizione di eterne bambine inesperte del mondo.

fisicamente parlando, la verginità è testimoniata da una minuscola membrana, l'imene, che stringe (non chiude!) l'orifizio vaginale. l'ossessione (maschile) per questo tessuto ha dettato per secoli un controllo morboso sul corpo delle donne (da parte degli uomini), controllo che si è poi regolamentato con l'istituzione del matrimonio e che corre parallelo al bisogno (maschile, anche questo) di avere la certezza sulla legittimità degli eredi (soprattutto di quelli maschi...).
thiébaut e bird spiegano con didascalica chiarezza cos'è davvero l'imene, come può variare da donna a donna, come può anche non esserci, come può non lacerarsi durante i rapporti sessuali e rimanere intatto fino al momento del parto, smontando idee che sarebbe davvero assurdo pensare di avere ancora oggi e che invece...

ma religione, storia e biologia non sono tutto. questa storia è la folle storia della verginità, ed è folle perché piena di contraddizioni, di regole stabilite come fosse un gioco - un gioco che è costato tanta, troppa sofferenza - di associazioni tra caratteristiche fisiche, comportamenti e valore morale totalmente arbitrarie.
la thiébaut ragazzina e quella adulta parlano insieme senza salire in cattedra a propinarci una lezione, ma viaggiano tra ricordi, aneddoti, credenze, ricerca e cultura pop - da giovanna d'arco a britney spears - per riprendere il controllo del discorso sul corpo femminile e restituirlo alle donne per quello che è davvero - un mucchio confuso di idee fisiologicamente errate e mistificate che serve solo a opprimere - e per iniziare ad affrontarlo con consapevolezza e meritata leggerezza.

vincitore del prix des droits des femmes «coup de cœur» al salon littéraire des deux rives 2024 e del prix bonnes mines du meilleur album 2024 al salon bédécines, vergini - la folle storia della verginità arriva in libreria domani, 10 marzo.

martedì 3 marzo 2026

gomìtolo 4 ~ febbraio 2026


il mondo scivola sempre più in un baratro di orrore, tra chi senza vergogna viola il diritto internazionale e esprime desideri di una ripresa colonialista dell'occidente a scapito di quello che chiamiamo sud globale, guerre, genocidi, misure sempre più spudoratamente repressive e fasciste, milioni di documenti che svelano realtà più abominevoli di ogni immaginazione. e intanto noi stiamo qui, calmə e immobili, a chiacchierare di libri, di fumetti, di film e di spettacoli che celebrano un desiderio di indipendenza che dubito riusciremo a riprenderci solo cantando e ballando (per quanto bene lo si possa fare - sì, certo che ho visto lo spettacolo al superbowl, e queste riflessioni risalgono a un paio di settimane fa, solo che tutto va così veloce che ogni cosa sembra già storia anche dopo meno di un mese) o scrivendo cose.
è questo immobilismo, questa pia illusione che l'arte ci salverà che mi fa paura. non che non creda nel valore dell'espressione e della creatività, ma ho la sensazione che anche le migliori intenzioni - sempre infilate a forza in quel se vuoi puoi che dovremmo aver capito essere la più grossa bugia mai raccontata - siano ormai inglobate così tanto in questo sistema capitalista che tutto trasforma da idea in prodotto da rivenderci, utile a distrarci mentre continuiamo a tirare avanti, sguazzando nella nostra perenne alienazione (ogni riferimento a quella cacata di kermesse musicale che non voglio nemmeno nominare, apoteosi della mediocrità culturale e politica di questo paese, che vi ostinate a guardare e commentare come se ne andasse della vostra vita, alimentando una fomo che non ha alcuna reale giustificazione, è assolutamente voluta. mi spiace, ma veramente, basta!).
che facciamo quindi? non lo so. aspettiamo che la corda si tiri abbastanza da spezzarsi e teniamoci prontə, sperando che la nostre psiche regga fino ad allora. non so voi, ma la mia non sta proprio benissimo.

ma torniamo alle cazzate più leggere di cui si parla di solito qui, ai libri e alle altre cose.

questo mese, in realtà, ho da parlare più di cose che ho visto che di cose che ho letto. sono entrata in quel loop per cui inizio un libro, mi annoia a morte, lo rimetto sullo scaffale e gli dico che prima o poi arriverà il suo momento, ne prendo un altro e via di nuovo così. passerà, e spero che passerà presto, perché gli scaffali (niente pila della vergogna, qui siamo a livello pro) delle cose-da-leggere stanno esplodendo e mi uccidono di sensi di colpa.


primissima cosa di cui volevo parlare - e non vedevo l'ora di farlo - è hamnet - nel nome del figlio. ora, io non sono una che piange facilmente (cioè, mi commuovo ma per cose assurde che non vi dirò) ma a questo giro è stato davvero impossibile non doversi asciugare almeno qualche lacrima.
"viscerale" è uno degli aggettivi più abusati degli ultimi tempi, ma è il primo che mi viene in mente se penso a hamnet. i dialoghi ridotti all'osso, i silenzi carichi, la connessione quasi magica tra corpi e natura - intesa come mondo esterno tanto quanto come la loro animalesca e fragile carnalità - mi hanno letteralmente scavato le viscere.
la storia si divide idealmente in tre atti: l'amore tra william e agnes (anne hathaway), veloce, gioioso e spontaneo al limite del ferino; la morte di hamnet e, infine, la sublimazione del dolore attraverso l'arte, cioè la scrittura e la messa in scena di hamlet (l'avete letto mille volte, hamnet e hamlet sono praticamente lo stesso nome, scritto in due modi differenti e spesso intercambiabili nei registri anagrafici dell'epoca), l'opera forse più famosa del bardo di stratford-upon-avon.
la costruzione stessa del film, tanto da un punto di vista della cronologia della narrazione quanto - e soprattutto - in senso di scelte di regia (di chloé zhao, che non so nemmeno se ho visto altro di suo ma dopo questo film rimedierò) e fotografia, è tutta un omaggio e un riferimento alla rappresentazione teatrale. le scene sono fisse anche quando gli attori si spostano oltre il limite fisico dello schermo, le inquadrature scelgono spesso un punto di fuga centrale, le luci e i colori dipingono le ambientazioni caricandole di simbolismi e dettagli che li portano a somigliare a (meravigliose) quinte teatrali.
a muovere tutto è una bellezza estrema e dolorosa - viscerale, appunto - che nasce dalla grandezza emotiva che trasmettono lə protagonistə (interpretatə meravigliosamente da paul mescal, noha jupe - nel ruolo di hamnet - e jessie buckley, che se non vince un oscar per la sua agnes allora boh, non so cosa volete da un essere umano), che non si può dire, non si può esprimere se non con un aggrapparsi di corpi a corpi, se attraverso i gesti, se non con gli sguardi, con le urla, con le lacrime.
insomma, io non so parlare di cinema, soprattutto non so parlare di una cosa che come questa è capace di dare tanto allə spettatorə, ma vi consiglio di recuperarlo (e di guardarlo al cinema perché è tutto troppo bello per confinarlo allo schermo di una tv o di un pc).
mi è anche venuta voglia di leggere il libro di maggie o'farrell - che ha partecipato alla sceneggiatura insieme a zhao - da cui è tratto il film, se è bello anche solo la metà, ne varrà la pena.
(avevo parlato di "cose leggere" ma questo in fondo tanto leggero non è)


ho ovviamente finito di vedere la quarta stagione di bridgerton, uno dei miei guilty pleasure preferiti. finale che corrisponde puntualmente alle aspettative - che poi sono le stesse per chi ha letto romanzo e chi no - ma d'altronde, che altro poteva succedere? tutto bello, tanto fanservice molto apprezzato (anthony e kate stanno lì solo per questo, su!), e sempre tanta gioia nel vedere una rappresentazione non pietistica né violenta della disabilità - penso soprattutto a hazel che in questa stagione ha una certa rilevanza, per lo meno in termini di minutaggio e relazione con lə altrə personaggə (a sanremo - e in generale in rai - dovrebbero prendere appunti, mannaggiacristo).
sono stata pienamente soddisfatta, nonostante la "soluzione" al problema principale della serie sia stata un po' frettolosa e raffazzonata (ma succedeva così anche nel libro? non ne ho memoria!) e sono ipermegacuriosa di scoprire - spoiler se non avete visto fino alla finechi c'è adesso dietro la "nuova" lady whistledown, ma anche su quale bridgerton si concentrerà la prossima stagione, visto che l'ordine delle storie è stato ormai completamente stravolto.
sono anche molto contenta di come hanno scelto di portare avanti la storia di agatha danbury, credo una dellə personaggə più amata dell'intera serie, e della sua amicizia con violet bridgerton e con la regina.
in una serie romance, non è affatto scontata la scelta di dare così tanta rilevanza all'amicizia femminile, mostrandola come un sentimento sincero e disinteressato che non unisce semplicemente ragazzine senza nulla di meglio da fare, ma donne adulte che hanno grandi responsabilità (familiari e no) e che comunque trovano il tempo per stare insieme e si danno manforte anche quando sostenersi non è facile e mette in gioco tanto della propria stabilità.
insomma, per me è sono le solite cinque stelline piene


ho anche iniziato a vedere crazy ex-girlfriend, una serie di qualche anno fa, che mi è stata consigliata da un amico e che mi sta divertendo da morire. in pochissime parole: è la perfetta rappresentazione di tutto quello che non si dovrebbe mai fare in qualsiasi tipo di relazione. la storia è quella di un'avvocata di grandissimo successo, rebecca, sull'orlo di una crisi di nervi e di una mega promozione. proprio quando deve decidere se continuare la sua carriera costellata di successi o lasciare che i suoi nervi collassino completamente, incontra per puro caso josh, suo grandissimo amore dei sedici anni, che non ha mai più rivisto e da cui era stata scaricata in modo abbastanza brutale.
contrariamente a ogni buon senso, rebecca si licenzia, molla tutto e si trasferisce da new york a west covina in california, andando a lavorare in uno studio legale che definire "poco prestigioso" sarebbe un eufemismo, solo per stare vicina al suo ex e provare a riconquistarlo, nonostante lui sia felicemente fidanzato da anni con un'altra ragazza. questa è solo la premessa a una storia assurda in cui si riversa tutta la tossicità possibile e tutti gli stereotipi peggiori, e in cui però è impossibile odiare davvero qualcunə.
ogni personaggiə è il risultato di una risposta sbagliata - anche se spesso in buona fede - a una miriade di traumi, e ogni relazione tra lə personaggə è la rappresentazione migliore di come non dovrebbero funzionare i rapporti umani - e di come, in realtà, funzionano fin troppo spesso, raccontato attraverso una prospettiva di ironia feroce e divertentissima.
è tutto tragico e tutto, inevitabilmente, comico. e se già tutto quello che succede non è abbastanza disastroso, ogni episodio offre uno o due momenti di musical surreale che rendono tutto ancora più allucinante.
straconsigliatissima a chiunque riesca a ridere di tutto quello che di solito ci fa piangere. per me è, al momento, l'unica cosa su cui il mio cervello riesce a focalizzarsi a fine giornata.


e infatti ho letto veramente pochissimo. a parte some desperate glory - l'ultima eroina (bello bellissimo), questo mese ho recuperato la strega e la lotteria di sua maestà shirley jackson, due librini con dei mini-racconti velocissimi a volte veramente da pelle d'oca, altre volte meno, ma comunque che volete dire a shirley? tra i migliori ci sono: il dente (da la strega) che racconta un viaggio allucinatissimo di una donna in preda al mal di denti verso uno studio dentistico. ora, so cosa state pensando, ma se mettete insieme antidolorifici + viaggio + shirley jackson il risultato non è affatto scontato. a me ha fatto letteralmente arrivare sull'orlo di una crisi di panico. la lotteria, racconto che dà il titolo all'altra racconta, è un altro esempio magistrale di come si scrive un racconto breve. ed è talmente ben fatto che all'epoca della sua pubblicazione sul new yorker qualcunə lo scambiò per una cronaca reale.
molto angosciante anche lo sposo, che mi ha richiamato la stessa sensazione di essere intrappolata dentro un incubo de il dente.


ultimissimo acquisto/lettura del mese è stato la sovrana lettrice di alan bennett che avevo letto qualche anno fa e che però volevo rileggere, quindi ho approfittato degli sconti adelphi anche per questo. anche questo è un librino breve e veloce, ma divertentissimo - in modo diverso dai due di jackson - che, nomen omen, immagina la regina d'inghilterra (ovviamente quando è stato scritto c'era ancora elisabetta) che scopre la passione per la lettura grazie ai suoi corgi, a un garzone di cucina e a una biblioteca ambulante. e più si immerge nei suoi libri, più cambia il suo rapporto con il ruolo che è chiamata a recitare e, ancor di più, con il resto dell'umanità.
penso che questo sia praticamente un classico tra i libri-che-parlano-di-libri o meglio, di-gente-a-cui-piacciono-i-libri, quindi se non l'avete mai letto recuperatelo (anche se sono finiti gli sconti, tanto lo trovate dappertutto).


bonus: coniglietto incontrato per caso.

giovedì 26 febbraio 2026

some desperate glory ~ l'ultima eroina

finché abbiamo vita, il nemico dovrà temerci.

aspettavo di leggere some desperate glory (tradotto miseramente come l'ultima eroina) di emily tesh praticamente da quando è stato annunciato come il vincitore del premio hugo nel 2024, complice anche il fatto che l'avevo visto girellare nella mia bolla accompagnato da commenti entusiasti.
non è un romanzo perfetto, anzi, ci sono alcune cose parecchio ingenue, ma i punti di forza del mondo che tesh ha creato e soprattutto dellə suə personaggə riescono ad alzare la media così tanto da mettere in ombra tutto quello che poteva essere migliorabile.

il racconto si apre su gaea, l'ultimo avamposto di resistenza umana al majoda, un sasso inospitale sperduto nello spazio, trasformato in colonia. la terra è stata distrutta dai majo e lə pochə superstitə hanno avuto due scelte: collaborare con chi ha sterminato la loro specie o progettare la vendetta. in questi pochi decenni di esistenza, gaea ha sviluppato una cultura totalmente militarista ed estremamente gerarchizzata fondata sull'odio verso i majo, sull'onore e la disciplina. l'unica ambizione possibile, per chi vive qui, è diventare un soldatə capace di ripagare il nemico per l'assassinio del suo pianeta madre. chiunque non sia abbastanza forte, agile, veloce e resistente, può lavorare per il mantenimento delle strutture che reggono in piedi la colonia o, se donna, può partorire futurə soldatə.

kyr è nata qui ed è nata per essere un soldato, una perfetta macchina di morte addestrata fino al midollo per vendicare la sua intera specie. il suo corpo è frutto di incroci che - dopo la perdita delle conoscenze umane in materia di bioingegneria - servono a garantire umani grandi, forti, veloci e resistenti. e obbedienti. ha appena diciassette anni, ma su gaea è grande abbastanza da sapere che sta per ricevere la sua assegnazione, che il suo destino sta per compiersi, che tutta la sua vita fatta di sacrifici e allenamenti avrà finalmente un significato, sicura che sarà mandata nei reparti di combattimento.
ma quando l'illusione crolla e scopre che tutto quello in cui ha sempre creduto l'ha tradita, kyr fa quello che mai avrebbe immaginato.

da questo momento la trama prende un risvolto totalmente inaspettato. la rigida semplicità di gaea, la storia della sua recente fondazione e il suo funzionamento vengono scandagliati, dispiegati e svelati man mano che la vicenda va avanti in modi imprevedibili. e, contemporaneamente, cambia anche kyr.
fin da subito è una personaggia indubbiamente affascinante, anche quando, soprattutto all'inizio, non riusciamo a condividerne le idee. tesh riesce a farci entrare pienamente nel sistema di valori di kyr, nel suo modo di pensare e di vivere, ce la mostra come una persona reale e complessa, capace di mettere in discussione la sua intera esistenza e di compiere scelte radicali.

nel corso della storia, kyr sviluppa un mondo interiore e una morale basandosi esclusivamente sulla sua esperienza e sulla sua capacità di osservazione, che si affina sempre di più. kyr impara ad ascoltarsi, a provare dei sentimenti e a riconoscerli per quello che sono, si libera dei dogmi di gaea e dalle convinzioni che ha incorporato e si dà una nuova forma.

dietro gli universi di some desperate glory, dietro la loro storia e le loro tecnologie, emily tesh racconta un'umanità futura ancora strettamente dipendente da una cultura fortemente gerarchica, patriarcale, machista, razzista e misogina e il messaggio sotteso è chiaro: non può esistere un'ideologia militarista e patriottica (e quindi, diciamolo brutalmente, di destra) che non sia profondamente oppressiva e discriminatoria perché l'una è necessariamente il rovescio dell'altra. tesh racconta un fascismo interpretato in chiave pangalattica che, nonostante l'allargamento fisico e culturale dell'orizzonte in cui si muove, continua a riproporre i leitmotiv che ben conosciamo e che poco hanno, purtroppo, di immaginifico.

ma tesh va oltre e, a un certo punto, facendoci riflettere sull'essenza stessa della saggezza, delle sue decisioni e dei motivi stessi che hanno spinto il majoda a crearla, si interroga sulla natura del potere, di chi lo detiene e di come lo utilizza. la saggezza mira a creare una realtà che è la migliore di quelle possibili - altro concetto che non possiamo che avere ben chiaro, soprattutto nelle sue contraddizioni - ma che inevitabilmente porta al paradosso che qualsiasi migliore-dei-mondi-possibili comporta ingiustizia, violenza e sopraffazione per una parte della realtà. e quindi?

la conclusione c'è, tanto nella storia quanto, auspicabilmente, in chi legge. some desperate glory è un viaggio che si muove, prima ancora che nello spazio, nelle possibilità che ci dà la capacità di comprendere le strutture che abitiamo.

domenica 15 febbraio 2026

otaku vampire's love bite 1

chi mai potrebbe non essere contento quando è circondato dalle cose che ama?



ho preso il primo volume di otaku vampire's love bite perché ricordo che, ai tempi, mi era piaciuto molto kamisama kiss (di cui non ricordo quasi nulla se non, appunto, che era stata una lettura piacevole e leggera).
questa nuova opera di julietta suzuki è una simpatica cazzata che mi ha messa di buon umore, un po' come fa ogni volta kaiju girl caramelise. certo, non è poi così rincuorante pensare di aver bisogno di cose scemocarine per trovare un momento di serenità mentale, soprattutto dopo aver creduto per anni e anni che la letteratura doveva servire a scuotere e far pensare. cosa direbbe la me adolescente della me quasi-quarantenne? probabilmente sarebbe depressa e sconfortata ma, ehi, è così un po' per tuttə quellə della mia generazione, credo. non che consoli, ma almeno non devo accollarmene la totalità della colpa.

hina alucard, la protagonista, è - facile da intuire - una vampira che, dopo decenni di noia, ha iniziato ad appassionarsi alla cultura pop giapponese e, in particolare, a un anime dal titolo vampire cross. cioè, più che "in particolare" direi "esclusivamente": hina è letteralmente ossessionata da vampire cross e da mao, uno dei personaggi secondari della serie (che, oltretutto, è un cacciatore di vampiri!), al punto da convincere il suo apprensivo padre a lasciarla andare a vivere in giappone per poter vivere una piena e totalizzante vita da otaku. passa le sue giornate a guardare e riguardare gli episodi, a parlarne online con altrə appassionatə e a collezionare gadget. sicuramente non il più sano degli hobby ma per hina diventa il primo spiraglio di realtà oltre la sua camera e la sua vita solitaria. fino a ora, infatti, non ha mai avuto interazioni di alcun tipo, nemmeno con gli esseri umani. in quanto vampira, avrebbe dovuto azzannarne qualcunə o anche scegliere un partner umano da cui succhiare sangue, ma hina si è sempre rifiutata di atteggiarsi in modo così barbaro e ha sempre preferito bere il sangue dalle sacche sterili usate per le trasfusioni.

arrivata in giappone, alla gioia data dalla possibilità di nerdeggiare liberamente - ovviamente, essere una vampira e avere un padre vampiro ha dei notevoli vantaggi economici - si aggiunge la strana amicizia che nasce con kyuta amanatsu, il suo vicino di casa che non solo è identico a mao, ma ha anche un "profumino delizioso", che attira hina ma anche lə altrə vampirə.
tra hina e amanatsu si crea un rapporto strano a metà strada tra l'amicizia e il reciproco supporto di cui sono amanatsu sembra essere pienamente consapevole: hina può proteggerlo dallə vampirə mentre lui, in qualche modo, la protegge dalla sua stessa spaventosa ingenuità.

il tono di questo primo volume è leggero e spesso comico - in modo molto scemo - anche se il tema principale, quello della solitudine che non si è scelta ma che ci si ritrova a sperimentare,  e che ci spinge a vivere in mondi fittizi e immaginari dove trovare conforto, è abbastanza pesante e triste.
la cosa migliore, forse, di questo inizio è che funziona bene come introduzione alla storia ma non si limita a questo, siamo già pienamente dentro lo svolgersi degli eventi e iniziamo a capire la direzione che prenderà l'evoluzione dellə personaggə e il rapporto tra loro.

un primo volume carino, che funziona, diverte e, sotto la parte più caciarona, un po' commuove.
julietta suzuki me l'ha fatta di nuovo!