sabato 20 giugno 2026

tristi mediterranei

in fondo, potremmo pensare che, in sé, il mediterraneo neppure esista come oggetto chiaramente definito, con dei propri confini netti, con un inizio e una fine. il mediterraneo è piuttosto un processo, un reticolo di relazioni, fatti di contatti e scambi che generano richiami, rispecchiamenti, somiglianze tra le genti che lo abitano.


questo libro inizia con quattro informazioni fondamentali, che rovesciano le convinzioni della parte peggiore di questo paese, e due domande che generano una proposta.
le informazioni sono chiare: no, non è vero che il grosso dei movimenti umani sul pianeta è compiuto dallə migranti; no, non è vero che l'europa - figuriamoci l'italia - è il continente dove arriva la maggior parte di questə migranti; no, non è vero che l'immigrazione è un problema che interessa il nostro paese da molto tempo e, infine, no, non è vero che il turismo di massa sia un'invenzione così tanto recente come pensiamo.
le due domande sono: dove inizia il mediterraneo? e dove finisce?
e la proposta è: non avrebbe più senso parlare di mediterranei, al plurale? di un mare che non è solo oggetto geografico, massa d'acqua che divide terre e popoli, ma una stratificazione di possibili itinerari che collegano storie e umanità?

queste informazioni, domande e proposte sono una sorta di bagaglio minimo per iniziare questo viaggio attraverso il mare nostrum - attraverso la nostalgia di quel nostro svuotato di senso.
le verità che andiamo cercando valgono solo se spogliate di ogni scoria di avventura, di romanticismo, di esotismo.
tristi mediterranei riecheggia inesorabilmente quei tristi tropici che sono stati un frammento immancabile della formazione di ogni antropologo da metà del secolo scorso a oggi. ed è da quel odio i viaggi e gli esploratori, che si traduce nella consapevolezza del proprio posizionamento come turista in questo lungo intrico di rotte, itinerari, attraversamenti, luoghi, storie e vite, che inizia il racconto, dal nord dell'isola di cipro passando per le altre isole del mediterraneo - lesbo, malta e lampedusa - fino a toccare le sponde dell'albania e lo stretto di gibilterra.

visto da questa non guida di viaggio, da questo modo insolito di raccontare i luoghi che si attraversano, il mediterraneo si moltiplica in varianti di sé che a volte si sovrappongono a fatica: il mare dei migranti, di chi si vuole fermo (e invece si sposta lo stesso), di chi è guardato, giudicato, raccontato e, quasi sempre, allontanato; e il mare dei turisti, di chi guarda, fotografa, racconta, di chi è incoraggiato a spostarsi dai privilegi che la globalizzazione ha strappato da una parte di mondo e ha assegnato a un'altra.

un continuo viaggiare che trasforma i territori: dalle città fantasma di cipro, che sembrano lo sfondo di un immaginario distopico, agli ancora più spaventosi centri di detenzione per migranti dell'albania o l'inferno di moria, passando per musei della memoria e attraverso porte che si aprono al centro dell'identico cielo. frontiere sul mare, fragili, ma insormontabili, più per la paura che generano che per la loro capacità di sezionare il mondo.
ogni approdo racconta un tassello della stessa storia e svela le contraddizioni di un'europa che, oggi come nel passato, non vuole lə migranti (è di qualche giorno fa la vergognosa approvazione del parlamento europeo sui rimpatri, scene ributtanti di canti e applausi per festeggiare quello che di fatto è una condanna a morte per migliaia di persone) ma che pure ne ha bisogno - tanto per imbastire sulla loro pelle una politica che di giorno in giorno diventa più repressiva, quanto per sfruttarne il lavoro.
e se attraverso le sue frontiere sempre più militarizzate immagina un presente dove il viaggio è solo per chi ha in tasca i documenti giusti, dall'altro lato romanticizza le migrazioni passate e il senso di accoglienza e solidarietà per farne souvenir da vendere all'ennesimə turista, o erge monumenti in memoria di chi si è scontrato contro i suoi stessi muri.
se non vedi il confine, molto probabilmente è perché lo stai guardando dalla parte dei privilegiati
alle politiche antimigratorie messe in atto nei grandi centri di potere, si contrappongono le voci e i gesti della società civile: gli oggetti dellə naufraghə diventano memoria e monito, lontani dalle ipocrisie delle celebrazioni istituzionali, e in alcune foto del libro si leggono slogan sui muri che ricordano che il crimine non è salvare le vite di chi va per mare, anzi, e che è l'esasperante turistificazione, e non il passaggio dei migranti, a erodere città e paesaggi.
sono i popoli a ricordare, a mantenere una memoria innestata nei corpi e nella loro stessa storia, di un senso di appartenenza, fratellanza e unità che lega le terre che si affacciano sul mediterraneo e, soprattutto, chi le abita.

e su tutte queste rotte, questi viaggi in cui voglia di avventura e bisogno di speranza si mescolano senza soluzione di continuità, passano le gigantesche, stranianti navi cargo, simboli inconfondibili del capitalismo globale e di un mondo da incubo, che sogna merci in movimento e corpi immobili.

quello che si fa con tristi mediterranei è un viaggio spiazzante, a tratti sconcertante.
l'insensatezza di un sistema sociale globale che sembra correre sempre più velocemente verso ogni possibile stortura e ogni possibile sbaglio, di un mare attraversato da carichi di armi, di spiagge cancellate dall'overtourism, di barchini che qualcuno spera affondino. eppure, l'approdo è inaspettatamente carico di speranza, di possibilità di imparare di nuovo a pensare a un noi che unisca invece di continuare a dividere.
l'ultimo porto è lontano dal mare, dove pure arriva quella mescolanza di lingue, parole, odori e persone che solo il mediterraneo sembrava poter contenere. a riprova della pluralità dei meditarranei, che sanno esistere anche lontano dalle onde.

giovedì 4 giugno 2026

gomìtolo 7 ~ maggio 2026

questo gomìtolo esce in ritardissimo ma va bene lo stesso. d'altro canto, cosa non è in ritardo nelle nostre (nella mia) vite?

sto ancora cercando di capire come sono arrivata a metà di questo anno, anche se sto ancora a confondermi e a scrivere le date con l'ultima cifra sbagliata. le giornate sono interminabili e le settimane volano, tutto è un delirio e io non riesco mai a fare tutto quello che vorrei.

una delle cose più consolatorie di questo mese è stato che un po' di persone mi hanno detto che conoscono e seguono il blog, e persino che ce ne sono altre che lo seguono anche se non ci siamo mai incontrate. bello, sono felice. però se siete tra queste, ogni tanto lasciatelo un messaggino, un commento, un qualche segno di vita, ché pensare di scrivere messaggi in bottiglia che forse non arriveranno mai su nessuna spiaggia non è proprio il massimo.

questa cosa di gomìtolo era iniziata perché non ne potevo più dei social.
non è cambiato niente e, anzi, negli ultimi giorni stanno impazzando delle polemiche così stupide e feroci che reggo tutto ancora meno. sapete di che parlo, no? della questione due spicci e del fatto che non-si-sa-chi ha scritto dei messaggi anonimi per sputtanare uno dei pochissimi personaggi pubblici di questo paese per cui personalmente nutro una stima immane a livello umano.
o, come mi è stato detto, che mitizzo.
boh, forse lo faccio. abbiamo tuttə bisogno di un qualche punto di riferimento, no?
quello che mi urta di tutta questa storia è che l'unica cosa che viene fuori da una protesta fatta così, con i messaggini anonimi su instagram, è che lə animatorə della serie - coinvoltə o meno nella protesta, fa nulla visto che chi ha scritto non c'ha messo il nome e ha parlato con toni generici - c'hanno fatto la figura di chi non sa come si organizza uno sciopero e con chi ci si interfaccia, zerocalcare s'è preso una vagonata di merda assolutamente immeritata e persone orripilanti come g4sp4rri (lo scrivo così perché altrimenti mi fa un po' impressione, scusatemi, sono una persona sensibile in fondo) hanno avuto sponda per fare le loro solite porcherie - tipo parlare di diritti del lavoro quando l'anno scorso vi convincevano che non si doveva andare a votare per il referendum sul lavoro, ve lo ricordate?
altra merda sta venendo a galla, tipo i nomi di chi sta a capo delle case di produzione eccetera, che guardacasochil'avrebbemaidetto si ricollegano a un certo partito di un certo - ugh - senatore, e secondo me questa storia tirerà giù a valanga un sacco di porcherie. e, o succede che viene fuori che michele rech è il più grande attore vivente e negli ultimi quindici anni c'ha preso per il culo interpretando un personaggio che non è, oppure si dovrà fare la fila per chiedergli scusa.
se conoscete qualche sito che accetta scommesse fatemi sapere, che io di certezze ne ho poche ma su questa cosa saprei dove puntare.


intanto, due spicci l'ho vista, è bellissima come sempre e come sempre m'ha commosso e fatto a pezzettini il cuore. perché io sono così, piango per le cose di zerocalcare e per i video dei cagnolini felici. e perché da la profezia dell'armadillo in poi, poche cose m'hanno fatto sentire non-sola come i fumetti e, dopo, le serie sue.
(ma tu vedi se mi doveva toccare di mitizzare un maschio bianco cis etero. almeno abbiamo scoperto che è canaro, mi danno l'attenuante)

comunque, di questa storia ne ho parlato con un po' più di diplomazia qui insieme al sommo audace. (però mi dovevo sfogare. almeno lo faccio negli spazi miei)

sono una fangirl

altra cosa importante di maggio è che c'è stato il salone del libro di torino, che ci sono andata, che ho visto pochissime persone e che con quelle pochissime persone ci sono stata bene.
grazie a eris che è sempre famiglia , dove incontro sempre gente straordinaria come mel (qui due parole sul suo libro ma tra qualche giorno esce un'intervista pazzesca sul blog audace) e eugenia erba, e che mi ha permesso di respirare la stessa aria di agustina bazterrica. grazie a chi mi accoglie al suo stand sempre con parole bellissime (sì riccardo-di-diabolo, parlo di te ), grazie a chi non mi ha fatto perdere in autobus e mi ha fatto squattare una sedia allo stand di zona42 (ciao vargas).
che dire? il salone è sempre un delirio, fa caldo, non si respira e si finisce per comprare un botto di roba che boh, chissà quando la leggo. quest'anno, però, in questa categoria rientra un solo acquisto per me, sto imparando a contenermi.
ad essere sincera ho girato il meno possibile proprio per evitare di fare danni e un po' perché tra stanchezza e alcuni momenti di presa-a-male è andata così. ci sono state persone a cui avrei voluto presentarmi e invece poi ho fatto dietrofront, e altre con cui invece sono riuscita a parlare (ciao maicol & mirco, è stato bellissimo conoscerti ma le prossime magliette falle anche piccole che pure a me piacciono i tuoi disegni, mica solo a quellə grandə).
amen. magari il prossimo anno va meglio, chi lo sa.


questo mese ho letto di più ma c'ho meno voglia di scrivere.
volevo parlarvi di due libri, di uno poi ci farò una recensione fatta per bene, promesso, dell'altro vi dico adesso.
crescere, la guerra è uno dei miei acquisti (niente bookhaul o foto acquisti, smettiamola con questi contenuti dove ostentiamo cosa compriamo, soprattutto dopo il post su quanto siamo anticapitalistə) fatti a torino ma non al salone - finalmente sono riuscita a farmi un girettino tra le bancarelle sotto ai portici che vedevo sempre nelle foto dellə altrə e rosicavo - e mi ha fatto compagnia durante un altro viaggio verso torino (ve lo dico dopo).
è un poema che a leggerlo si sente la voce di francesca mannocchi direttamente nelle orecchie, quel suo modo di raccontare le cose con lucidità e pacatezza e fermezza (ecco, anche lei è un'altra che mi fa commuovere e piangere di rabbia). racconta la guerra cantando chi la guerra l'ha vissuta, la vive.
sulla quarta di copertina si legge una scrittura che attraversa la guerra non tanto come evento, bensì come condizione del corpo, della memoria, ed è davvero così. poco importano le date e le coordinate, quello che resta è la storia di chi cerca di restare un essere umano lì dove le condizioni per esserlo cessano di esistere. si cantano i corpi ma anche le case abbandonate e distrutte, il doversi separare da tutte quelle cose quotidiane, banali forse ma fondamentali per costruire una quotidianità, per mettere insieme la propria storia.
la guerra come cancellazione di quel sommare momento a momento per costruirsi una vita, per arrivare alla fine ad avere una memoria. la poesia come uno spintone, una forza che ci fa fare un passo avanti per sfondare la cornice e imparare a guardare un paio di occhi alla volta, una vita alla volta, cos'è la guerra fuori dal linguaggio chirurgico di chi la racconta senza averla mai vissuta, di chi ne fa numeri e statistiche.
l'orrore è questa cosa qui, questo distruggere l'umanità dellə altrə mentre sfiguriamo la nostra.

parlo troppo, gesticolo di più

e poi, dicevo, a torino ci sono tornata due settimane dopo il salone, grazie all'associazione binaria che ha ospitato me e gresa a parlare - ancora, dopo tre anni - di decostruzione antiabilista.
parlare ho parlato tanto, come faccio sempre. se mettessi insieme tutte le cose che ho detto in questi anni, magari ci scrivevamo altri due libri.
però, sinceramente, la cosa più bella che questo librino qui mi ha dato è stata l'andare in giro a parlare con persone che magari non incontrerò mai più ma con cui abbiamo per un attimo costruito qualcosa insieme, in posti dove forse non tornerò mai più ma che almeno una volta ho attraversato.
e, se mai capiterà qui qualcunə che quel libro l'ha letto o ci ha ascoltate parlarne da qualche parte, grazie per averci dato la tua attenzione, è sempre bellissimo .

foto bonus: a ravenna andavano di moda le papere

mercoledì 3 giugno 2026

anatomia di me

questa è la mia tortura: oscillare tra una festa bellissima in un giardino incantato ed essere falena svuotata, che si è spinta troppo vicino alle luci del party.

a volte, nell'ipersaturo mercato editoriale dove tutto somiglia a qualcosa, arriva un libro che non fa eco a niente e che è impossibile da collocare nello scaffale giusto.
anatomia di me è un memoir, un libro di poesia, un diario illustrato, una riflessione profonda sulla salute mentale in chiave politica e antipsichiatrica. è una testimonianza preziosa per lə studiosə sociali che si occupano di medicalizzazione e di pratiche della biomedicina e psichiatria occidentale ed è un abbraccio per chi vive con una diagnosi psichiatrica e - soprattutto per colpa di quelle pratiche - si sente solə.

scritto e disegnato nel corso di anni, anatomia di me è nato come diario personale, uno spazio in cui cercarsi e cercare il senso del proprio percorso dal momento della diagnosi: disturbo borderline e disturbo bipolare.
la diagnosi di una patologia è, per quasi tuttə, il punto di svolta nella vita: da un lato dà significato e risposte a quello che prima non si riusciva a nominare o comprendere, dall'altro si incide addosso come un'etichetta, rinchiude in una definizione da cui poi è difficile tirarsi fuori.
ci si dice ok, ora so perché sono così, ma perché sono così? e la risposta è impossibile da trovare perché, semplicemente, non esiste.

anatomia vuol dire, letteralmente, tagliare attraverso, dissezionare. ed è questo quello che mel fa in questo libro, attraverso le immagini e la poesia.
disegni e parole - tracciati i primi e scritte le seconde a penna, direttamente sul foglio, senza la rete di sicurezza di una bozza a matita prima - danno forma all'inconcepibile e all'innominabile, restituiscono alla realtà esterna un mondo interno in cui, dice l'autrice, si può viaggiare. una geografia del proprio io che deve essere esplorata, mappata e, infine, compresa.


questo luogo-essenza è il territorio dell'autoanalisi tanto quanto quello della medicalizzazione. mel viaggia e racconta, come un'esploratrice che compila un coscienzioso rendiconto di un paesaggio mai visto prima e, insieme, parla dell'ambivalenza della cura, come terapia che placa i momenti di maggior sofferenza e come imposizione e reificazione dellə paziente. tutta la sua esperienza, per come emerge dal libro, è estenuante oscillazione: tra stati d'animo di estrema intensità, tra accettazione e rifiuto degli interventi medici, tra lo scorrere velocissimo di emozioni estenuanti e la trattazione calma e competente della diagnosi, tra una disperazione inconsolabile e una luminosa volontà di guardare avanti.

leggere anatomia di me non è facile. poco importa se ci si riesce a riconoscere o no nelle visioni oniriche e asfissianti delle pagine illustrate o nella forza sconcertante delle parole che non fanno mai sconti né ingentiliscono la realtà.
carne viva - che doveva essere il titolo per come era stato pensato all'origine - è quella che vediamo e tocchiamo a ogni pagina. è un corpo privo di pelle, della più elementare delle difese, messo a nudo che chiede di essere guardato, riconosciuto e accolto, prima di tuttə da sé stesso.


in un orizzonte culturale, medico e letterario che relega la narrazione in merito alla salute mentale sul ripiano più alto degli scaffali riservati allə specialistə e allə addettə ai lavori - o al massimo a caregiver o familiari di persone con diagnosi - un libro come questo apre lo spazio alle voci di chi la diagnosi la vive sulla propria pelle. ancora una volta, il personale smette di essere testimonianza di una specifica storia per farsi esperienza politica e collettiva, strumento di conoscenza, consapevolezza e terapia per chiunque - e da qualsiasi prospettiva - abbia bisogno di conoscere.

di questo libro incredibile ne ho parlato anche con mel in un'intervista (bellissima) che leggerete prestissimo sul blog audace! stay tuned.

venerdì 22 maggio 2026

betterland ~ intervista ad albhey longo

vaffanculo. voglio che il mondo continui.

tre anni e quasi-mezzo fa scrivevo per la prima volta di betterland di albhey longo sul blog audace. oggi torno a farlo qui perché betterland, che all'epoca era un webtoon, oggi è un bel volumetto di carta e inchiostro pubblicato con attaccapanni press, bello come prima, forse anche più di prima (grazie al cielo, nonostante tutte le possibili sperimentazioni, continuiamo ad avere la roba stampata).

ritratto di una generazione condannata alla precarietà, tra relazioni a cui è difficile dare un nome e lavori insoddisfacenti, un'eterna adolescenza stanca e un futuro che non si sa se, quando e come arriverà, betterland parla di quellə che, almeno una volta, si sono sentitə come nora: incasinatissimə ma prontə ad affrontare la fine del mondo.

sicura che non avete nessuna voglia di rileggere me dopo tre anni, questa volta ne ho parlato insieme all'autore.
buona lettura!


ciao albhey, grazie mille per aver accettato l'invito e benvenuto su claccalegge!
parliamo di betterland, il tuo ultimo fumetto per attaccapanni press che, in realtà, era già uscito tempo fa su tacotoon. cosa ti ha spinto a rimettere mano al progetto e ricalibrarlo per una pubblicazione cartacea?
► Ciao! Ancora una volta grazie a te! Diciamo che ho sempre augurato un futuro cartaceo a Betterland, la sua prima uscita come webcomics e l'editing di Dario Sicchio sono stati essenziali per trovare un ritmo adatto, dettato dagli episodi, ad una storia essenzialmente di slice of life mettendo l'attenzione su tutti gli elementi di mistero presenti! Ma allo stesso tempo con il webcomics mi ero reso conto di aver lasciato indietro una buona parte di lettori che non si erano mai avvicinati a tacotoon! Più lasciavo indietro loro più mi rendevo conto dell'importanza che aveva per me questa storia e da qui l'esigenza di una sua versione cartacea. Ho riabbracciato la bicromia che la storia aveva nelle prime mie bozze, levigato qualche dialogo, rivisto i disegni e la regia per adattarla alla tavola classica e così nasce questa nuova versione di Betterland!
betterland, all'inizio, sembra quasi una sorta di thriller o di urban fantasy, ma si svela prestissimo - come appunto dicevi tu - uno slice of life che racconta la provincia italiana, quella fatta di precarietà e disorientamento, di "disagio giovanile" come direbbero al tg. poi parliamo anche di questo, ma intanto, come mai hai deciso di usare l'elemento quasi-surreale per parlare di un problema in realtà molto pragmatico e tangibile?
► Non saprei darti una sola risposta vera e propria, vado abbastanza d'istinto su queste cose e tendenzialmente tendo a inserire un piccolo elemento straniante nelle storie che faccio, che spesso hanno una base slice of life! Nel 2019 lo feci con Sfera e l'utilizzo del tema dei superpoteri per parlare di ambizione e solitudine, e alla fine Betterland nasce poco dopo quindi "ero in quel periodo lì". A livello più logico ti dico anche che mi serviva partire settando un po' di mistero e assurdo per preparare il lettorə a quello che si sarebbe trovato davanti negli ultimi i capitoli! E poi tra le varie ispirazioni ce ne sono due che di sicuro hanno guidato alcune scelte più assurde, cioè Donnie Darko e Black Hole di Charles Burns.

quello che a me è sembrato il punto di intersezione tra queste due dimensioni - quella fantastica e quella realistica - è, senza fare spoiler, quel vuoto enorme che solo nora e luna sembrano capaci di vedere. come è nata l'idea di rappresentarlo in questo modo (un buco nel cielo che non tuttə vedono) e che cos'è per te, oltre questa metafora grafica?
► Tanto per citare un'altra storia sulla fine del mondo, in Melancholia la minaccia di una collisione planetaria è tangibile e concreta, io ovviamente non volevo andare verso una strada così concreta, ma l'idea e l'immagine di uno strappo nel cielo rappresentava bene la vita di Nora arrivata a quel punto. Poi come dice Luna qua si parla di "svegliarsi un giorno con un'idea, un'illuminazione da cui è possibile tornare indietro" e una delle cose di cui volevo parlare, se non proprio quella, è quella sensazione di preoccupazione perenne di qualcosa che potrebbe accadere, cosa che spesso viene abbinata al meteo, al cielo. Forse non l'ho mai detto così direttamente ma concettualmente in Betterland non si parla di depressione, ma della paura di poterci cadere. Poi io a Nora le voglio davvero bene, e su tante scelte mi sono affidato al personaggio e su dove voleva andare, anche se neanche io delle volte l'ho capito perfettamente!
parliamo proprio dellə personaggə e di nora in particolare, che è la protagonista della tua storia: la incontriamo in un momento abbastanza complesso, invischiata tra un lavoro frustrante, una relazione sentimentale non ben definita, la scoperta dello strappo nel cielo e l'incontro con luna. insomma, nora è un po' il paradigma di chi oggi c'ha più di 25 anni (e non so mettere un'età di fine a questa cosa, anzi, sono curiosa di sapere se prima o poi finisce), e insieme a lei lo sono lə altrə che si muovono intorno a lei nella storia. la domanda non è tanto da chi hai preso ispirazione per crearli, ma con chi volevi che parlassero? e che feedback hai ricevuto dallə lettorə che li hanno incontratə?
► Allora, io qua non ho mai capito una cosa dello scrivere perché si rischia sempre di finire in frasi fatte del tipo "lo scritto per parlare alle persone come "noi", per sentirci meno soli" ma che suona anche come un freddo "l'ho scritto per un target specifico cercando di rendere nazional popolare questo sentimento" e per me con Betterland non è stata nessuna delle due alla fine! Alla fine non ho scritto così tante "storie lunghe" quindi quando lo faccio lo faccio veramente, prendendo in prestito un altro termine del vocabolario de "le interviste a chi scrive", per esigenza! Esigenza, ma anche istinto, voglia, il sentire di essere sintonizzato con la sana arroganza di riuscire a mettere su carta un sentimento che sentivo di aver abbastanza digerito. Il feedback che sto ricevendo ora con il libro in versione cartacea non saprei descriverlo, ma mi sta dando stante soddisfazioni, complice anche la natura di autoproduzione che quindi prevede tanto confronto con le persone! Torna il discorso di essere connessi con quel tipo di sentimento, penso che sia un libro che arriva o non arriva, ma se arriva è un po' un abbraccione (dopo qualche calcio)
è molto un abbraccione! ♥️ a proposito, secondo me le vere protagoniste di questa storia sono le relazioni, di qualunque tipo. sono l'elemento che muove la narrazione, sono la cosa più importante che, nel bene e nel male, ha nora e probabilmente sono anche la cosa più importante per tuttə noi che ci identifichiamo un po' in nora. però, fuori dalla provincia in cui i rapporti crescono con il tempo, creare relazioni in questa epoca storica non è esattamente la cosa più facile. come si fa a fare comunità, a stringere legami e a cercare di sfangarla insieme? i fumetti - e le storie in generale - secondo te aiutano ancora?
► Non è facile come non lo è dare una risposta a questa domanda, ahaha! Perché è vero, le storie aiutano ancora, ma non possiamo neanche raccontarci la favola di un mondo dove una storia può rivoluzionare da zero una persona, può succedere, certo, ma deve esserci già da prima una breccia, un apertura una piccola. Perché il punto per me è il rimanere "aperti" al mondo come esperienza diretta, chiudersi nella propria visione, nella propria rabbia malriposta e frustrazioni varie non può portare che a una stagnazione di idee e quindi un assenza di cambiamenti, e così mi sa che non la sfanga nessuno, o se lo fa lo fa con una profonda amarezza. Non voglio essere frainteso, non viviamo nel mondo perfetto e leggerisssssimo di Richard Scarry ma in un mondo centomilavolte più tormentato che spesso ti invita a chiuderti in una bolla di negatività, anche la rabbia e la frustrazione possono avere una sfumatura di apertura verso gli altri! Nel bene o nel male, per mia esperienza, non sarei niente senza "gli altri" e devo molto più a loro che a me stesso. 
Ora... è difficile fare il punto di questa risposta, ahahah, quindi spero si sia capito qualcosa!

sì, sì, si è capito! e, anzi, mi ha fatto venire in mente il rapporto "complicato" tra nora e luna, il modo non-perfetto in cui si aprono una all'altra e alla possibilità che hanno di cambiare le cose insieme.
dicevo, le relazioni sono le protagoniste di questa storia e, dall'altra parte, l'antagonista è questo senso di claustrofobia, di mancanza di prospettiva che è molto poco fantasy, anzi, credo sia un tema che accomuna le ultime generazioni, gente che ha anche tanti anni di differenza, come forse non aveva mai fatto prima.
secondo te, quanto questo nostro modo di vivere precario e costantemente in bilico ha influito sul modo in cui nel mondo del fumetto - ma anche della letteratura, del cinema, delle serie tv eccetera - si raccontano le storie oggi? soprattutto, quanto peso ha avuto sulla trasformazione del fumetto dall'essere uno strumento per raccontare storie d'evasione pura al diventare uno dei mezzi più utilizzati per l'introspezione personale e la critica sociale?
► (Intanto concordo sulla fatto che sia una storia di rapporti!) Se ci pensi il mondo graphic novel dieci anni fa era pieno di storie considerate intime, spesso piccoli problemi personali e autobiografici, genere che si presta benissimo al fumetto per una sua possibile natura da "diario segreto"! Ora questo tipo di storie non trovano esattamente un gran terreno se non affrontate in una maniera molto più cruda, diretta e/o quirky ad esempio le storie di Martina Sarritzu su "la fine del mondo" per me sono INCREDIBILI proprio per quello. Per il resto penso che il pubblico sia meno disilluso e voglia semplicemente più (a volte solo apparente) sostanza, "parliamo di quest'argomento secondo il mio punto di vista", creando a volte capolavori a volte esperimenti più timidi, ma quello che io adoro del fumetto è che sembra davvero un metodo di comunicazione dove nessuno ambisce alla perfezione ma al "proviamo a vedere che ne esce"
provando a vedere che ne esce, tu hai tirato fuori una storia bellissima che è tanto politica quanto intima. in betterland si parla tanto di fine del mondo, che è un'idea che si declina in tanti modi e che negli ultimi anni, giustamente, è stata affrontata in tanti modi differenti da tantissimə autorə. cos'è per te - in betterland o anche in generale - la fine del mondo? e come lo salviamo?
► E come ti rispondo qua? Ahahah! Posso provarci ma negli ultimi anni la fine del mondo diciamo che è stato un pensiero abbastanza concreto per tutti! In Betterland non ho inserito riferimenti a situazioni concrete intanto per rendere ancora di più fuori dal tempo un momento di stasi nella vita di Nora in questa bolla di tempo e spazio in cui la storia e avviene. Ma volendo concentrare sulla fine di un mondo interiore, che per le dinamiche della storia equivale all'arrendersi al mondo stesso, volevo anche che il lettore inserisse la fine del mondo che vede nel suo presente nel tempo della storia che sta leggendo. Sul come salvarlo il problema è che non dovrei essere io a dare proposte, ma seguire ciò che ci sembra giusto e farci tante domande magari è un buon inizio, sigh 💔

ok, basta domande difficili, promesso! una cosa facile: in betterland ho notato alcuni riferimenti a 20th century boys, dal simbolo misterioso a forma di occhio che dà il via alla vicenda, ai riferimenti all'imminente fine del mondo. quali sono le opere - a fumetti e non - che ti hanno formato come autore e a cui ti ispiri?
► Ahahah, ok ok questa è più facile! Anche perché in betterland ho usato come guida alcuni tra gli autori che più ho amato come Clowes, Dylan Horrocks, Kevin Huizenga ecc! L'occhio invece, per assurdo per quanto poi abbia amato anni dopo 20th century boys, è un occhio che mi sono tatuato addosso ai tempi dell'accademia, e che da li inserisco quasi in ogni storia! Me lo tatuai proprio come monito per "non smettere di disegnare, il te del passato ti guarda", forse il significato ad oggi è un po' una cringiata, ma l'ispirazione per Betterland era perfetta ahah! Aggiungo anche dead dead demon dededededestruction di Asano come probabile ispirazione del tempo, manga incredibile!
Poi sai, di fumetto leggo tanto e Betterland lo scrissi anni fa ormai quindi non so tornare proprio alle origini, al tempo sicuramente stavo in fissa per tutti i Super amici, Ratigher e Tuono sopra tutti, magari al tempo anche loro mi hanno contaminato con qualcosa! E che queste storie prima di scriverle stanno un sacco macerare dentro, quindi alla fine tutto si mischia, tutto si annulla ahaha.
Ecco, aggiungerei con certezza Le ragazzine stanno perdendo il controllo di Ratigher! Forse è da lì che partito tutta questa storia? Non lo sapremo mai 🧚
ci sono circa tre anni di differenza tra il betterland webtoon e la sua versione cartacea. se l'avessi scritto ora, per la prima volta, pensi che sarebbe stato diverso?
► Penso che probabilmente non sarebbe esistita come storia! Sono passati 10 anni anni (sigh) dalla mia prima pubblicazione e di storie lunghe alla fine ne ho scritte tre, spesso in mezzo ho lavorato a storie brevi o con sceneggiatori, e penso che le storie lunghe mi vengano in periodi specifici dove chissacosa si allinea, le storie rimangono ma l'allineamento astrale non è detto! In passato delle storie hanno perso il treno della tempistica, ma non saprei dire se perché erano storie che non avevo l'esigenza di raccontare o semplicemente capitate in un periodo sbagliato! Ma mi piace questa sorta di casualità, penso sia proprio quello che mi piace di questa cosa "del fare fumetti"!


quali sono i tuoi prossimi progetti?
► Adesso non vedo l'ora che esca il volume con Zeta Galaxy, che il progetto di Riamise, il lungometraggio che sto scrivendo con Julien Cittadino insieme a Ibrido Studio, si sviluppi per vedere dove porterà e nel mentre continui i soliti lavori tra l'insegnamento e altre collaborazioni! Sicuro dopo l'uscita di Betterland cartaceo mi è venuta voglia di scrivere, vedremo quest'estate, ho una storia in mente da un annetto, devo solo aspettare si allinei qualche astro, ma sento che ci siamo :)
terrò d'occhio tanto gli astri - spero si allineino presto! - quando i tuoi canali perché non vedo l'ora di scoprire tutte queste belle novità! grazie mille per il tuo tempo ❤️ a prestissimo
► Super grazie ancora a te!

venerdì 15 maggio 2026

antifascismo illegale

«basta con questo fascismo, lo vedete dappertutto».
«siete fissati col fascismo».
«i veri fascisti sono gli antifascisti».
«anche se hanno idee naziste devono poterle esprimere liberamente».
queste sono solo alcune delle affermazioni, parafrasate, che hanno riempito (e inquinato) lo spazio della comunicazione negli ultimi anni. frasi che, già da sole, ci dimostrano come, sul piano dell'immaginario, l'antifascismo sia passato da essere un valore condiviso, da essere la religione laica d'europa, a qualcosa di datato, nostalgico e infine a qualcosa di inutile, fine a se stesso. fino a diventare addirittura qualcosa di illegale, di estremo e pericoloso, da mettere al bando, continuamente criminalizzato.

antifascismo illegale è l'instant book che vorrei che fosse ancora più instant degli altri, che ci mettesse poco a diventare anacronistico, a farmi pensare oh ma ti ricordi quando ma che credo sarà uno di quei libri che ci porteremo dietro nei prossimi anni, se non decenni.

probabilmente, a meno che non abbiate passato gli ultimi vent'anni (ma anche trenta) su marte o zone limitrofe, vi sarete accortə che qualcosa non va.
per la precisione, che certe ideologie di destra stiano sempre più venendo a galla (sì, l'immagine che abbiamo in testa è probabilmente la stessa) un po' ovunque, dai casi più spudorati come quelli di america e ungheria, fino ad altri meno chiacchierati ma comunque preoccupanti.
ideologie che si fondano non soltanto sull'erosione - se non proprio sulla negazione - dei diritti civili e sociali, da un lato, e su un costante stato di emergenza sicurezza dall'altro.

ecco, non è che questa cosa sia successa dall'oggi al domani. forse eravamo distrattə, forse eravamo troppo sicurə che certi principi fondanti l'europa stessa non sarebbero mai stati messi in discussione, eppure non è passato nemmeno un secolo dalla fine della seconda guerra mondiale che gli spettri di fascismo e nazismo sono tornati - con forme diverse da quelli storici, certo, ma cosa importa? questo non è un problema di forma, ma di sostanza - e che l'antifascismo in quanto tale abbia iniziato a essere criminalizzato.

in questo libretto - breve, incisivo, senza sbrodolamenti inutili né accademicismi - mattia tombolini raccoglie una serie di interviste e interventi di espertə da varie zone d'europa per provare a guardare con occhio critico e lucido quello che (ci) sta succedendo, evidenziando i collegamenti che mettono insieme fatti di cronaca, tendenze culturali e nuove leggi.
il quadro che emerge è il disvelamento di un meccanismo macroscopico e agghiacciante che spinge sempre più alla deriva l'idea di democrazia per come la conoscevamo e che impoverisce gli ambienti culturali. un meccanismo, oltretutto, che viene percepito come di importanza secondaria a fronte di problematiche più contingenti - quelle legate al lavoro, alla casa e al potere d'acquisto in primo luogo - che pure, ovviamente, vi sono inestricabilmente collegate.

le premesse partono dalla sventurata idea propria dei nostri anni: la considerazione delle idee di stampo fascista come opinioni, in quanto tali adatte ad abitare gli spazi di confronto. quando zerocalcare si rifiutava di partecipare ai festival che ospitavano personaggi evidentemente fascisti c'era poco da questionare: con i fascisti non si parla, non si dividono gli spazi, non si legittimano le loro opinioni.
eppure.
l'abbiamo fatto, abbiamo permesso che la sinistra si arroccasse su ambienti intellettualoidi lontani dalla realtà quotidiana della gente e abbiamo lasciato questo spazio alle destre, che ne hanno approfittato per colonizzare la narrazione del presente con la minaccia - praticamente inventata a tavolino - dell'emergenza sicurezza, e con la distorsione delle tematiche storicamente proprie della sinistra.

questo stato di emergenza sicurezza perpetuo - una contraddizione in termini, quindi - si è tradotto nella criminalizzazione non soltanto di azioni specifiche, ma anche di ideologie e di gruppi di persone. è sulla base di questo che antifa - che, sottolineano praticamente tutte le voci presenti nel testo, non è un gruppo ma un approccio, quindi adottabile da chiunque si riconosca negli ideali antifascisti, a prescindere dalla sua eventuale appartenenza politica e/o militante - viene bollato come pericoloso e antagonista, dagli usa e, di rimando, da buona parte dei paesi europei, ed è sulla base di questo che le azioni, pure pacifiche, di gruppi ecologisti/propalestina/antifascisti, vengono bollate come terroriste e condannate di conseguenza.
paradossalmente, in un'epoca storica più sicura, il numero di fatti che costituiscono reato aumenta, e i nostri sistemi di legge si infarciscono di decreti sicurezza sempre più repressivi.

a questo, si aggiunge il monopolio sempre più spudorato delle informazioni da parte di questa nuova egemonia culturale: dal controllo sui grandi media (basta controllare chi c'è a capo dei grandi gruppi editoriali nostrani e no) a quello dei techbro di destra sui social (guardate come siamo costrettə a scrivere quando parliamo di p4l3st1n4 pur di non farci oscurare i contenuti da chi, d'altro canto, non fa nulla per limitare la diffusione dei contenuti d'odio in rete e, anzi, li alimenta. giusto per fare un esempio). il risultato - unito all'erosione dei sistemi educativi pubblici - è sotto gli occhi di tuttə.

antifascismo illegale non racconta nulla di più di quello che le cronache - per chi era abbastanza attentə - hanno raccontato negli ultimi decenni, ma ha il grandissimo pregio di mostrare il quadro di insieme ripulito dalle millemila distrazioni che l'hanno offuscato, e lo allarga dall'italia al resto del continente, fino, inevitabilmente, all'america trumpiana. il risultato è una lettura lucida, semplice e puntuale di una situazione che dobbiamo immediatamente contrastare e risolvere.